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categoria:
» Nero 


inserita da:
william wilson email di william wilson
pubblicazione: 06/04/2010


visite: 137
oggi: 1
 

Racconto di William Wilson

Non ricordo dove lo trovò, fatto sta che un pomeriggio cremisi Iacco scaricò un programma da Internet. Il professore era seduto su una poltrona grigia come il freddo della camera adombrata. I libri sparsi alla rinfusa sui ripiani della biblioteca dietro di lui erano palesemente finti, alcuni addirittura senza titolo. Un bicchiere di “Lord Gin” in mano, discorsi a bassa voce colavano da una calma stentorea dalle oblique sfumature – il centopiedi che sta sottoterra… sai, e’ uno di quei film sui mostri, e questo a un certo punto salta fuori, ed e’ enorme, e (molti libri sono di Burroughs, forse qualcuno e’ vero) tipo degli scienziati gli scaricavano addosso non so come una pioggia di fulmini… – il volto scavato da brividi elettrici, lo spettro gli stringe le spalle, inchiodandolo alla poltrona, non appena mi accorgo di avere una macchina fotografica tra le mani. Non so perché, sentivo il freddo alito dello spettro filtrare i miei polmoni, e la mia mano tendersi per uno scatto, come la sua per implorarmi di non farlo. Non so perché, ma gli scattai una foto. La foto uscì lentamente dalla macchina, e vedevo tutto bianco, dopo averla agitata un po’ il freddo si posò nuovamente sugli occhi, offuscandoli di cenere e cose reali. Il professore era sparito. Le immagini si macchiavano ogni tanto dei residui vibranti e verdastri della sua figura, ma la foto era chiara – Io sono un altro… – mi fa Iacco – guarda dietro la foto – Fanculo, so di averlo chiuso là dentro.
Mi sveglio. Sono io. Ma ho sempre più paura. Non so più dove sono. Quante persone avrò contagiato? E gli altri? Da fuori urlano di tutto. Ho sentito che basta pensare ad una persona per emettere segnali abbastanza forti da infettare la sua mente. Tento di riscaldarmi opponendomi ai raggi appena nati del mattino. Mi accendo una sigaretta, le mani mi tremano, pur nella sicurezza di averla scampata anche questa volta, aspiro a pieni polmoni, me ne potrei fumare anche venti e continuerei a sentire il mio torace un involucro vuoto. I polmoni prosciugati fanno fatica a riscaldarsi, ma presto sento il corpo irradiarsi di una seppur flebile serenità . Ci stavo per rimanere secco più di una volta, perché le Furie si nascondevano negli strappi, e ho visto altri cui l’infezione si e’ diffusa fatalmente celere per i tessuti connettivi, il sangue fluiva copioso dalle narici, si risvegliavano non più loro, assalendo e divorando chiunque sentissero non provenire da lì. Ne ho fuggito uno una volta, ma un altro prima si nascondeva nella macchina fotografica. Brividi lugubri di incertezze liquide sconquassavano ancora le membra, ma nel complesso mi sentivo meglio adesso che il pericolo era scampato. Uno dei sintomi più forti e’ l’istinto alla violenza, il gusto macabro di fare del male a qualcuno senza perché, e in verità e’ questo che mi fa più paura. Lo gestisco con sempre maggiore fatica, e mi sconcerta ripensare a quel gesto, lo sfuggente perché di quella foto. Urla isteriche urtavano i vetri della finestra sollecitando i miei organi ricettivi sotto forma di una vibrazione ininterrotta, la quale andava mescolandosi con sinestetica lascivia al sapore calcareo che mio malgrado mi ritrovavo a succhiare dall’interno confettato di una caramella gommosa trovata in un portacenere azzurro posto sul comodino. Le antenne cominciano allora a muoversi captando suoni e sensazioni inumane fuori dalla stanza. Passi felpati dagli odori acri di estranei, sconosciuti. Si avvicinano alla porta. La sigaretta muore tra le dita, il tempo di una sigaretta per capire d’essere morto, ma io… non fumo…
(immagini di altri luoghi si rifrangono sui vetri – io sono stato te – anch’io lo sono stato una volta – mio Dio! Che sta facendo a quella bambina! Fermo! – Iacco, quando finisce questo gioco?)
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Girai la foto, il folto del professore chiuso per sempre in un istante stilizzato, la paura e la morte plastificati, sentimenti e informazioni galleggianti nell’infinito Acheronte cibernetico, la peste connettiva trionfante sui detriti del progresso.

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