banner intestazione pagina
Login
User
Password
Registrati   Entra login
Cerca nel sito
 cerca nel sito
Menù
Home page
News » News  
Segnalati da noi » Segnalati da noi  
Bianco » Bianco  
Rosso » Rosso  
Blu » Blu  
Nero » Nero  
Arancio » Arancio  
Verde » Verde  
Filo di Arianna
I più visitati
Mailing List
Guestbook
Links
Forum
Chat

Informazioni
 » Chi siamo
 » Mappa del sito
 » Come pubblicare
 » Ringraziamenti
 » Contatti
 » Area redazione

Amici

snaporazblast: lo zabaglione dei pensieri di alan pollo

Prospektiva - Rivista Letteraria

Musica Estatica

Anonima Scrittori

Pensieri e Poesie

Babele Arte - Art Gallery
StefanoTorre.it

Quello che voglio

go back
[b] go back
categoria:
» Nero 


inserita da:
alessandra mancini email di alessandra mancini
pubblicazione: 12/03/2010


visite: 152
oggi: 2
 

Racconto di Alessandra Mancini

Guardo il tubicino di gomma trasparente che esce dal mio naso e ne seguo il percorso. Sembra morbido, ed è così sottile che non riesco a vederci dentro il cibo. Si snoda su parte del mio corpo e, passando sul polso del braccio destro, scompare. A fatica cerco di alzare la mano sperando si porti appresso il resto dell’arto e finalmente mi vedo. Dopo 10 anni di completa ignoranza sulla mia fisicità ora so come sono fatta.
È uno sguardo veloce, il braccio non regge e ricade pesantemente sul bordo del letto, rimbalzando sul materasso e cedendo nel vuoto. Solo la spalla lo regge.
Mi addormento.
Sono le voci della mia famiglia a svegliarmi.
Mi succede spesso ultimamente, schiaccio continuamente dei pisolini. A volte di soli 5 minuti a volte di ore. Quando apro gli occhi ritrovo un amico: il morbido tubicino carico di cibo trasparente.
Intorno a me milioni di sorrisi, milioni di denti più o meno bianchi allineati come soldatini all’interno di fortezze: le loro bocche. Che cazzo hanno da ridere, penso e dalle mie labbra esce un flebile: “Fanculo tutti.”
Mia madre mi passa una mano sulla guancia a mò di carezza e mi bacia la fronte. Osservo l’incurvatura del suo sguardo quando la sua mano passa sull’arcata zigomatica e capisco il disgusto e la sorpresa che l’assale, ma la nasconde meravigliosamente sfoderando uno dei suoi migliori sorrisi. Ci provo anche io e le sorrido, ma non faccio altro che peggiorare la situazione. La contrazione dei muscoli facciali nell’atto di allargare la bocca orizzontalmente, fa si che il sottile strato di pelle che mi ricopre evidenzi ancora di più le sporgenze spigolose delle mie ossa facciali e le labbra che si separano mostrano una fila incerta di qualcosa che una volta erano stati denti ; ora non sono altro che macchie grigio/nere nella mia cavità orale.
Passo in rassegna tutti gli sguardi posati su di me e scopro che il disgusto e la pena è unanime.
Intorno al mio letto riconosco la Mamma, il Papà, Nonna, che persevera accanto a me nonostante l’età, e mia sorella. Altri volti passano i loro sguardi su di me ma sono troppo stanca per metterli a fuoco e dargli un posto e un nome nella mia mente e nella mia vita passata. Papà è sulla porta; ci guardiamo per un periodo indefinito poi cede e inizia a piangere. Esce dalla stanza. Sono sicura che andrà a parlare con il medico che gli dirà che ora tutto dipende da me e dalla mia volontà di vivere. Mia madre ha la sua bella mano poggiata sul mio braccio scheletrico. La muove su e giù con delicatezza e attenzione più per curiosità verso le mie ossa, che per pena. Le guardo le dita e noto che ho più rughe io a 25 anni che lei a 50. Ha un solo piccolo anellino di oro bianco che ricordo da che ho memoria, e le unghie perfettamente smaltate, di un bianco perlato appena accennato. Le nostre pelli unite sembrano uno strano accostamento temporale: mamma è un film a colori visto sul più moderno dei televisori al plasma, io, invece, somiglio ad un vecchio film, uno di quelli in bianco e nero che scorre, un po’ accartocciato, su uno di quei televisori d’epoca. I suoi colori sono raggianti. I miei sono spenti. La sua pelle è soda e polposa. La mia sembra carta velina, di quelle sottili che si usano per i lavoretti all’asilo, di un grigio indefinito incollata alla meno peggio sulle mie ossa.
È quello che voglio. Tutti piegati al mio capezzale, al mio volere, alla mia fame.

Dadamag rivista culturale poesie racconti musica arte cinema poesia pittura racconti forum guestbook no censura dada ©Infonet srl 

Infonet S.r.l.
Partita IVA: 01322740331

tuttoquanto