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racconto di Luciano Mitri
Fine anni settanta, Mara ed io alle scuole elementari, pagine di quadernone con su scritto NO ALLA DROGA, spirali sparse qua e là sui fogli, più o meno concentriche, più o meno circolari, spinelli fumanti, spenti, spezzati in due con sotto scritto come la vita del tossico, e la siringa sulla quale t’impegnavi oltre misura con righello e matite colorate mentre dicevi – deve essere curioso questo mondo -. Mara ed il retro di una sacrestia, io ed un amico più grande, aveva portato dell’erba, la fumammo in tre quel pomeriggio durante la funzione, poi rubammo del vino, sarebbe divenuto il sangue di Cristo, e tutti allegri andammo in piazza ad incontrare gli altri del gruppo tenendo per noi la nostra piccola pazza esperienza. Mara e il suo pollice verde, in campagna dalla nonna, amavi i gatti, li carezzavi, li nutrivi con il latte e biscotti della tua colazione, amavi la natura mediterranea, le macchie di capperi e gli ulivi, le piccole aiuole di gerani e garofani, su questa terra, lontano dai pomodori e le patate della zia, coltivavi marijuana per diletto, con amore, e il raccolto andava bene, roba buona fatta in casa, un po’ regalata, un po’ venduta, centinaia di mille lire tra gli adolescenti. Mara e i suoi quindici anni, la tua voglia di vivere strafumata, la tua passione per la musica rock, i capelli legati dietro la testa, la tua pelle scura, sudata, profumava di muschio bianco mentre saltavi e pogavi come in preda a schizofrenia, ad un concerto punk nella foga urtasti un tizio e la prese proprio male, subito gli mettesti le mani addosso ed io a darti man forte, scoppiò un’incredibile rissa. La pioggia batteva sulla piazza, sulle panche in cemento, tu e Adolfo sotto un portico, ti sbaciucchiava e ti toccava brutalmente, io nascosto a pochi metri fumavo dal nervosismo, la mia mente annebbiata di gelosia. Adolfo, nazista maledetto, per lo meno durante la rissa riuscì ad assestaglielo un pugno su quel grugno, che adesso però ti baciava. Mara e i suoi occhi marroni, un poco schiacciati, chiunque avrebbe detto è una bellezza orientale, forse una principessa araba; con quegli occhi osservavi la siringa, il tuo primo buco gentilmente offerto da Adolfo - perché lo faccio? Per curiosità; quando voglio posso smettere -. Ma un giorno venisti da me, andammo in campagna, ci sedemmo su di un masso, mi consegnasti la tua catenina d’oro con un piccolo crocifisso - è il dono di battesimo, la do a te perché potrei avere la follia di venderla - o forse iniziavi ad avere dubbi su Dio; tra margherite ed erbacce facemmo l’amore, poi giù per la scogliera ci gettammo in mare, a nuoto fino al vicino isolotto verde e lì mi raccontasti del tuo corpo venduto agli angioletti per le dosi di eroina, ti senti parlare di un bisogno di amore e della mia fedeltà, bisognava baciarsi e baciarsi ancora, facemmo l’amore sull’isolotto verde. Mara tra i suoi angioletti, così si facevano chiamare Adolfo, Benny e Stalino, per una dose eri costretta al sesso con uno o più di loro, a volte con estranei; Adolfo non ti amava, ti sfruttava solamente e tu eri dipendente dall’eroina e di lui che la forniva, ed io la notte fumavo cannabis rimuginando sulla tua esistenza che sfioriva, poco per volta, come regina infelice di un regno straniero. Mara nella sua spirale, più giù, più giù, ed io a rincorrerti senza mai afferrarti. Le grida dei tuoi genitori, ti spiavo nascosto dietro un albero del tuo giardino, tu lo sapevi, come conoscevi l’autore della lettera anonima in cui spifferavo loro tutto ciò che s’illudevano di non sapere; le urla, le botte, dicevi ai tuoi - anche se vi vedo tutti i giorni, per me siete solo un ricordo dell’infanzia -, la denuncia alla polizia - sì sappiamo di questo giro, stiamo indagando; ma come vostra figlia c’è finita in mezzo? Com’è stata così stupida? -. E l’amore mi gonfiava il petto, i muscoli, mi sarei fatto odiare da te pur di salvarti la vita. Ma non c’era odio nel nostro ultimo sguardo, solo un addio, un abbraccio prima della partenza per il centro di recupero. Mara e la sua crisi d’astinenza, mi scrivevi dei terribili primi giorni, della tua crisi calmata dai farmaci, dei tuoi pianti, di quel Gesù crocifisso nella tua camera, vederlo sganciarsi dalla croce e volare fin sul tuo petto e poi ingrandirsi fino a schiacciarti impedendoti di respirare, di te davanti quella parete bianca, vedere la tua ombra andare giù, coricarsi sul pavimento come deceduta. E le tue lettere e telefonate successive, più tranquille, passavi le giornate a leggere libri stupendi, mi scrivevi - un buon libro è quello capace di ispirarne altri - ed io amavo le tue lettere scritte con penne profumate al lampone, alla menta, al cioccolato, chissà se vi era un legame con il tuo umore, e la tua voce al telefono addolciva le mie giornate sempre più confuse dalla tua lontananza. Leggere, trasfusione di parole altrui, mi piantasti nel cuore questo pallino, mi appassionai alla poesia, prelievi dalla biblioteca, letture rubate girando per librerie, lessi i francesi maledetti, poi Blake, Poe, Goethe, Whitman. Ma ad un certo punto smisi di leggere, iniziai a scrivere, riempivo quaderni di poesia senza metrica e poco amore, tanto odio, rancore per tutto ciò che ci aveva diviso. - Libretto e carta d’identità - disse lo sbirro ad un posto di blocco; la visiera del berretto sugli occhiali da sole, - la vespa è di mio padre - consegnai i documenti - vieni giù – disse, il tipo perquisì la vespa, trovò l’erba - questa la sequestriamo; questa ce la fumeremo più tardi -, un istante dopo si tolse gli occhiali, rimasi interdetto; - dov’è la tua amica? - silenzio - vienimi a trovare più tardi, dobbiamo parlare - sì, Adolfo. Le accarezzavo la testa, mi piaceva quel suo modo di fare, poi le spingevo la testolina bionda più in basso, iniziavo a rompermi e volevo venire in fretta; dietro di lei Benny la spingeva brutalmente, doveva guadagnarsi il buco. Così diventai il quarto angioletto, sniffavo eroina, no palle per la siringa, facevo il corriere ragazzino per due poliziotti ed un finanziere; la roba si procurava sfoltendo i sequestri, ricattando spacciatori, ed io guadagnavo il mio stipendio, lo sniffo quotidiano e qualche violenta scopata e la sensazione di accatastarti in un angolo remoto della memoria, non telefonavo più, non rispondevo alle tue lettere. Mesi senza sentirci, senza toccarci con le parole a cui solo noi sapevamo dare il giusto significato, le parole codice con le quali dire ben altro, sentimenti e desideri personali, da bucomane; seguì la scia dell’ero per esserti più vicino, per essere come te e comprenderti fino all’ultima goccia di sangue. Arrivò la notizia per bocca di tua madre - è fuggita dal centro di recupero -, allora ti cercai nei nostri luoghi, la notte giravo intorno alla tua casa, alla tua vecchia scuola, un tiro di ero e mi incamminavo poco fuori paese, sulla strada che porta al mare, mi sedevo su di un masso, rullavo e fumavo sigarette, speravo di vederti sbucare da quella direzione, attratta dall’odore del mio tabacco; ma io non odoravo di tabacco, ne più di marijuana, tu mi seguivi mentre io ti cercavo, mi spiavi e mi pedinavi, osservavi i miei peccati nel buio e nel silenzio, seguivi la scia dell’ero, mentre ti avvicinavi lentamente dal mare, sapevi cosa fossi diventato; dicesti: - sono fuggita per amore tuo, non sapevo più nulla di te; avrei preferito trovarti morto -. Mara e la mia dose per uso personale, la dividemmo, io la volevo sniffare ma tu insistevi affinché provassi l’ago, io - ho paura - tu rispondevi - non è più orribile di ciò che hai fatto negli ultimi tempi -. Stavamo bene. Tu eri tornata serena, ti accarezzavo i lunghi capelli neri, la disintossicazione ti aveva resa ancora più bella, facemmo l’amore, nel frattempo in paradiso gli angioletti sospesi dal servizio, fumavano Marlboro light e decidevano il da farsi; passeggiammo verso il paese, chiacchierando - andrò dai miei - dicesti - tu devi tornare pulito e mollare quei delinquenti, quando saremo entrambi maggiorenni mi restituirai la collana ed allora ci sposeremo - il tuo sogno uguale al mio, un lampo a illuminare la notte, attimi intimi, un appartamento, un letto a due piazze ed i nostri cognomi sul campanello. Gli angioletti mi offrirono due dosi, - perché due? - chiesi - sappiamo che ti vedi con Mara; siamo stati denunciati, se non testimonierà potrà averne quando vuole -. Le accettai, ci bucammo la sera stessa e andammo in overdose; ripresi conoscenza all’interno di un’ambulanza. Mara e la sua collana prima dei diciotto anni, la agganciai intorno al tuo collo, un bacio sulle labbra, l’ultimo prima di chiudere la bara ed infilarti in un condominio di cadaveri, tra le tue mani una mia poesia: Esanime giaceva/Esperanza, falsa prostituta/sul ciglio della strada/a mostrare cosce, seni/e vani desideri/che dell’ultimo viaggio/aimè/non c’è memoria. Nel cuore della notte precedente il tuo funerale mi alzai dal letto, fuggì dall’ospedale senza farmi notare, svuotai il serbatoio della vespa in un paio di bottiglie vuote; in paradiso, fuori dal cancello le loro belle moto, entrai nel piccolo cortile, gli angioletti in un sonno drogato, con le bottiglie feci due molotov, una l’accesi contro la porta d’ingresso, l’altra contro una finestra, il vetro in frantumi; fiamme e fumo nero si alzarono contro il paradiso, si sentiva il crepitare del fuoco sul legno dei mobili, ma io immaginavo quell’allegro scoppiettare sulle loro carni; tornai all’ospedale prima dell’alba, sotto il lenzuolo tremavo, nessuno li avrebbe rimpianti, speravo in un loro risveglio poco prima di morire, in attimi di terrore tali da ripagare tutto il male. Appena dimesso mi imbarcai come mozzo su di un mercantile diretto a oriente, pulire e verniciare, in dieci anni poche volte ho toccato terra; la terra scotta, brucia dei miei peccati, emana un’essenza ancora allettante, odora della scia dell’ero. Mara, nella tua casa dopo tanto tempo, scrivo queste righe seduto al tavolo della tua cucina. Ho toccato i tuoi oggetti e percepito che in essi ancora vivi; ho afferrato porzioni di aria, le ho portate all’orecchio ed ho ascoltato parole da te pronunciate, frasi di un discorso mai concluso. La tua vita una perla nascosta, uccisa dal sole non appena alla luce; il suo valore nella sua esistenza. E a me non rimane che raccogliere fiori tra le pietre del tuo giardino, e spargerli per tutta la casa, immaginando che quel profumo sia il tuo.
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