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racconto di Renzo Brollo - parte prima
Preludio
Alla fine di settembre, durante un’estate tarda, alle sei di sera, con la luce del sole che dipingeva tutto d’arancio, venni divorato da uno squalo. Ma questo successe alla fine. Dopo che molte cose erano accadute, dopo che molti errori erano stati fatti, riparati e fatti nuovamente. Dopo che anche la dignità aveva lasciato il mio corpo, ultima di molte partenze, facendomi trovare estremamente insipido all’animale che mi mangiò. Nonostante l’acqua salata. La mia discesa negli inferi intestini di uno squalo iniziò inconsapevole e lenta alcuni mesi prima.
In città era un aprile delicato….
Accadde un giorno
Mentre facevamo la spesa al supermarket da Mickey, giù in centro, io e la mia donna, gridai improvvisamente alla cassiera di alzare le mani, e lei, per dio, le alzò ! Non poteva non farlo. Imbracciavo una calibro 45 nuova di zecca, carica al punto giusto e pronta all’uso. Aveva cinquant’anni credo, la cassiera, non la mia donna. Portava un camicie blu orrendo e liso. Al petto appuntata una spilla con il nome di battesimo: Wanda. Capello riccio e tinto da poco d’un rosso mogano, truccata esageratamente per una del suo rango, aveva le gambe tozze e visibilmente arcuate. Se non avesse tenuto le braccia alzate le si sarebbe potuto notare un pessimo tatuaggio a forma di orologio sul polso sinistro. Tremava come una foglia. Non la cassiera, la mia donna. Del resto non se l’aspettava. Solamente un paio di giorni prima le avevo promesso che non lo avrei più fatto. Mi ero inginocchiato davanti a lei come davanti ad una madonna, implorando il perdono. Non sarebbe mai più capitato. Non avrei mai più alzato il dito contro qualcuno, figuriamoci una calibro 45 nuova di zecca. Avevo pianto, avevamo pianto insieme, lei con una mano sulla mia testa, io affogato tra le sue gambe lunghissime avvolte in una sottoveste al profumo di menta piperita. Era stato un momento prezioso e lunghissimo, durante il quale ce l’avevo messa tutta veramente. Con tutto me stesso avevo desiderato una lunga vita tranquilla, ai margini della società, rinchiuso tra quattro mura domestiche e con un giardino minuscolo, coltivato a pomodori e fragole. magari anche un cane o una tartaruga.
Ero appena uscito da una brutta storia di furto aggravato e da un carcere. Ci avevo passato due anni e mezzo della mia vita là dentro, a pagare il prezzo di un colpo maldestro ad una tabaccheria appena fuori città. Quel giorno eravamo in tre, pronti ad assaltare qualunque cosa si muovesse e generasse denaro nel raggio di venti miglia. Eravamo carichi, preparati all’uso delle armi e discretamente equipaggiati; due revolver e un fucile a canne mozze. Niente sprechi però. L’ordine era di sparare in aria un solo colpo e solamente se necessario. I miei compagni Uto e Lodi erano rapaci rimediati ad un tavolo da gioco, avvoltoi pronti a calarsi su una preda in difficoltà e ad accaparrarsi quel che restava. Troppo famelici per fare appostamenti, ci eravamo soprattutto preoccupati di agghindarci in modo adeguato. Bandane fino agli occhi e calze da donna calate in testa ci rendevano irriconoscibili l’uno all’altro e solamente le stature diverse, dei tre io ero il più alto, poi veniva Uto ed infine Lodi che non raggiungeva il metro e sessanta, ci permettevano di rivolgerci alla persona giusta. Entrammo nella tabaccheria urlando. All’interno gestori ed affezionati abbarbicati attorno al bancone sembravano brindare ad un lungo addio gridando. Mischiammo le nostre alle loro urla. Non ci notarono, tutti rivolti con la faccia al grosso banco nell’atto di intonare un canto. Mi trovai costretto a piazzare un colpo di fucile nell’orologio che stava proprio al centro della parete verso la quale il canto si elevava. Finalmente il silenzio. Respirai a fondo quella breve sensazione di potere che deriva dall’essere al centro dell’attenzione, calza in testa, pistola in pugno. Intimai a tutti di alzare le mani e quando lo fecero senza farsi pregare mi dissi che era fatta. Girai dietro al bancone mentre i miei due compari tenevano sottotiro tutti quanti e prendendo quello che mi pareva essere il gestore per il collo della camicia lo strattonai verso la cassa. Gli urlai nelle orecchie di aprirla e di mettere tutti i soldi in un sacco. Glielo urlai talmente forte e tanto da vicino che dovette chiudere gli occhi per incassare il colpo. Fra lo sbalordito e lo spaventato mi balbettò che a parte qualche dollaro nelle tasche non avevano più niente, tutto oramai versato su un conto, incassi e valore dell’immobile. Mi spiegò tremante, quasi scusandosi, che quel giorno, il giorno stabilito per la rapina, la tabaccheria avrebbe chiuso i battenti per cessata attività. Svuotata la cassa stavano brindando, ultimando le ultime scorte di sigari ed alcolici. Dall’esterno niente lasciava presagire quanto da lì a qualche ora sarebbe accaduto, solamente un piccolo cartello, posto sotto le indicazioni di apertura e chiusura giornaliera, riassumeva in due righe l’amara verità. Cominciai a sudare copiosamente. Guardai i miei due soci che brandendo i revolver si muovevano a scatti come marionette e poi guardai nuovamente il mio ostaggio. Non avevo mai provato una sensazione del genere prima. Ebbi l’impulso di svuotare il caricatore del mio fucile contro tutto e tutti, ma ero un codardo e non avevo mai ucciso nessuno. Tremavo e avevo le labbra blu come se fossi caduto in mare da parecchie ore (un presagio ?). Uto urlò qualche cosa al suo compare ed entrambi mi voltarono la schiena sul più bello, dandosela a gambe da dove erano venuti. Trovandomi solo e praticamente indifeso benché brandissi il mio fucile a canne mozze, ero al centro di un manipolo di uomini disarmati ma inferociti. Al primo movimento sospetto di uno del gruppo urlai come un pazzo e premetti il grilletto a caso. L’arma era rivolta verso la cassa che esplose come una zucca. Saltai oltre il bancone mollando il fucile fumante sul pavimento. Con gli occhi chiusi mi misi a correre verso dove ricordavo essere la porta agitando le braccia a caso per difendermi dagli aggressori. A parte colpire il lampadario con un pugno non trovai resistenza e solamente aprendo a fessura un occhio potei notare che tutti se ne stavano stesi a terra, le mani a coprire la testa. Uscii in strada e potei respirai. Un esercito formato da tre pattuglie aspettava paziente il mio arrivo, richiamati dalle mie grida e poi dagli spari. I miei due compari non erano presenti, ne dedussi che se l’erano svignata appena in tempo. Le voci dei poliziotti, quei maledetti lampeggianti blu, l’odore dell’asfalto caldo, sono tutti ricordi che mi rimasero dentro. Mi arresi all’evidenza di essere spacciato. Alzai le mani e mi beccai il primo pugno di una lunga serie. Attraversando la via seduto fra due poliziotti notai un’ambulanza poco più avanti e due corpi stesi a terra. Uto e Lodi, i due avvoltoi e sciacalli vigliacchi non ce l’avevano fatta. Un po’ mi dispiacque per la loro sorte, ma il sapore di mandorle amare della vendetta si fece subito sentire nel mio palato. La prigione era un blocco di cemento e acciaio appena fuori città. Oltre al personale di turno, l’edificio ospitava un centinaio di detenuti. Lì dentro ero un numero e basta. E precisamente il numero 756. Assolutamente anonimo e per me impossibile da ricordare, cosicché ogni volta che una guardia o un carcerato si rivolgeva a me scandendo quella cifra, io non mi voltavo quasi mai, beccandomi o manganellate o minacce di pestaggio neanche tanto velate.
All’epoca già convivevo con la mia donna, Winnie, che di me sapeva poco o niente. Le avevo raccontato sempre un sacco di bugie sul mio conto. Lavoravo a turno in un pastificio le avevo detto. Un grosso errore a causa del quale due volte la settimana dovevo starmene in giro tutta la notte a bighellonare, facendo finta di rientrare stanco e assonnato come dopo una lunga notte di lavoro. Altre volte mi toccava uscire il pomeriggio, altre volte la mattina presto per poi rientrare subito dopo pranzo. Le avevo mentito spudoratamente anche sulle mie origini. Secondo quanto aveva detto la mia lingua biforcuta ero figlio di esuli istriani emigrati poi negli Stati Uniti. Imprigionati ingiustamente per motivi politici erano morti di crepacuore molto tempo prima. La storia avevo colpito e commosso la mia Winnie, che si era perdutamente innamorata di me, tanto da cedermi una parte della sua casa. Vivevamo così, lei pura ed onesta, ignara di me e di tutte le mie losche abitudini. Io, disonesto e frustrato dalle mie stesse bugie, costretto a sdoppiarmi in due vite diverse ma ugualmente ignobili. Tutto questo fino a quando la mia dolce Winnie non scoprì la verità dalle dure e spietate pagine di un quotidiano locale e dalla mia prima ed unica telefonata a mia disposizione dal carcere. Sprecammo tutto il tempo concessoci piangendo dentro le rispettive cornette. Il mattino dopo conoscevo già la mia condanna e non dubitai che non l’avrei più rivista. Non so come, ma Winnie mi perdonò. Venne al penitenziario, portandomi vestiti ed una speranza grossa come una casa. Indossai quegli indumenti puliti ed ingoiai quella speranza di una vita oltre le sbarre per serbarla dentro di me. Due anni dopo respiravo nuovamente l’aria sporca delle libere strade cittadine, ripulito dai peccati commessi. Rigurgitai la speranza che Winnie mi aveva lasciato al nostro primo ed unico incontro in due anni e mi preparai a cambiare. Furono ore di angoscia. Non me lo sarei mai aspettato davvero. Le vecchie abitudini non erano affatto morte come avevo creduto e dire sempre la verità era per me, me ne resi conto, praticamente impossibile. Dovevo ogni volta fare uno sforzo sovrumano, ingoiando la lingua prima di parlare e obbligando la mia testa a pensare. Winnie, paziente, mi accudiva come se fossi un drogato in crisi di astinenza, controllandomi con i suoi occhi d’argento e sorvegliandomi anche mentre dormivo. Il primo giorno passò per grazia ricevuta, non so come, ma passò. Il giorno seguente dovetti uscire da solo per la firma obbligatoria al distretto. Winnie lavorava fuori città. Uscii fumando nervosamente, come se da un momento all’altro aspettassi un’imboscata. E l’imboscata venne sottoforma di Roger, noto ricettatore di armi, a cui non era sfuggito il mio ritorno sulla piazza. Non ero certo considerato un tipo affidabile, ma avevo fama di uno che non si tira mai indietro davanti ad un ottimo affare e che guardando una sputafuoco bella lustra non dice mai di no. Gli sbattei praticamente contro due isolati dopo casa di Winnie e probabilmente mi stava già seguendo. Il suo sguardo obliquo mi portò indietro nel tempo, all’epoca in cui frequentavo ancora il liceo, ma già intuivo le mie predisposizioni al furto ed al crimine in generale. Ero considerato un poco di buono dalla maggior parte degli insegnati e non facevo niente per smentire tutte quelle opinioni. Anzi. Ogni pomeriggio, uscito da scuola, balzavo sul tram nr. 187 che portava al ghetto e lì imbastivo i miei primi contatti con quel mondo parallelo e imponente che era la malavita locale. Eseguivo per i capoccia piccole consegne, frugavo nelle tasche degli impiegati sui tram, prelevavo senza pagare beni di consumo al supermarket. Vivevo, come si dice, alla giornata. I miei genitori, che non erano ovviamente profughi istriani emigrati, non si interessavano molto della mia sorte, persi nei loro giochi da tavolo serali con i vicini di casa ed imbambolati dai loro nonvant’anni suonati. Io campavo con la loro pensione e loro non si accorgevano di niente. Allora la vita era per me questo e poco altro, ma davanti a Roger, che mi fissava sbavando e pregustando l’affare, non sapevo più veramente cos’era la vita. Dirgli che avevo chiuso non bastò certo a farlo desistere. Mi prese sottobraccio come fossimo due fidanzatini portandomi in un vicolo cieco. Espose la sua mercanzia senza darmi tempo di replicare. Una calibro 45 nuova fiammante. I miei occhi fecero scintille lasciando una scia luminosa che univa le mie due pupille all’unica orbita nera e cava della pistola. Allungai una mano, ma indugiai come un bambino davanti ad un dolce esposto in vetrina e la ritrassi subito dopo. Schifosamente elegante ed avvolgente come spire di serpente a sonagli, Roger mi sbavò addosso frotte di belle parole, immaginando per me infinite soluzioni per l’utilizzo di quella splendida pistola. Rovinai silenziosamente e con la colt 45 sotto la giacca tornai velocemente a casa. Winnie non era presente e mi affrettai a smontare l’arma, nascondendo i pezzi in vari punti della casa, poi feci la doccia e mi chiusi in camera. Al suo rientro Winnie era raggiante., mentre io mi sentivo come dentro un’eclissi totale. Voleva dirmi che per quella sera stessa aveva organizzato una cena con certi suoi amici che forse avrebbero potuto aiutarmi nella ricerca di un lavoro vero. La guardai ebbro di falsa speranza, lacrimando nello spasmo di rendermi partecipe della sua e nostra gioia, poi presi un coltello immaginario e mi sgozzai. Dovevamo uscire per comperare il necessario per cucinare e mi disse di sbrigarmi, avevamo davvero poco tempo. Lei mi avrebbe atteso in auto. Non so come, non so perché, non lo so davvero i motivo di tanta mia ostinata stupidità, eppure gelavo come un ghiacciolo mentre ricomponevo velocemente la colt, rendendola nuovamente arma. Cosa mi spinse a farlo ? Da quale oscuro luogo del mio deserto cerebrale partì la scintilla che stimolò il nervo criminale ? Più la pistola ridiventava pistola più mi convincevo che era solo una precauzione nel caso in cui malintenzionati avessero tentato qualche brutto scherzo. Dopotutto avrei anche potuto proteggere la mia Winnie da qualsiasi assalto. Ricomposta l’arma la misi sul letto, sopra il cuscino e andai avanti e indietro nervosamente davanti a lei, grattandomi la nuca rabbiosamente, come facevo sempre in momenti di panico come questo. Il clacson dell’auto di Winnie mi riportò a galla dai miei bassifondi di coscienza. Raccolsi la colt, infilandomela nella cintura dietro la schiena e coprendo tutto con la giacca. Quel che successe poi è storia nota. E dire che pensavo di averla fatta franca. Avevo superato il reparto surgelati e la salumeria quasi ad occhi chiusi e senza respirare. Ai banconi della verdura cercai di distrarmi contando rape e cipolle, ma i miei nervi cominciavano a cedere. Avevo le visioni. Mischiate a carote e patate scorgevo banconote da dieci. La commessa, potrei giurarlo, avvolgeva una zucchina in un biglietto da venti, mentre cent e quarti di dollaro baluginavano su piatto della bilancia. Mi stavo trasformando, vedevo tentazioni ovunque. Tra le videocassette spuntava il film “Prendi i soldi e scappa”; invano strofinavo le palpebre arrossate e mi tappavo le orecchie. Il brusio delle vocine tentatrici dentro di me si destava. …Deglutii avidamente la scarsa saliva e mollai la presa. Il mio io criminale ebbe il sopravvento. Una lucina gialla si accese nelle mie pupille e spingendo il piccolo carrello arrivai alla cassa della commessa di nome Wanda. Winnie seguiva ignara. Con la mano sinistra posai le uova sul nastro trasportatore, mentre con la destra, in un movimento fluido come il sangue e che le mie articolazioni conoscevano da anni, spianai la strada alla pistola. Urlai con tutto il fiato che avevo in gola, sputacchiando ovunque. Le mani di Wanda si alzarono di scatto ed io persi il controllo della situazione immediatamente dopo. Winnie dietro a me cominciò a tremare facendo tintinnare le bottiglie di vino nel carrello e mi chiese cosa stavo facendo. Mi chiese con voce interrotta se ero diventato matto. Mi chiese anche se sapevo che in questo modo mi sarei cacciato nei guai nuovamente. Mi disse di posare immediatamente la mia colt 45 nuova di zecca. Girandomi verso di lei per rispondere ad almeno una delle sue domande lasciai che anche il braccio teso completo di arma ruotasse assieme al busto. Mi trovai praticamente a puntare la pistola contro la mia dolce Winnie. Urlò disperata e si accasciò dietro il carrello. Le gridai che oddio non volevo puntarle addosso la mia bella pistola, che era stato un riflesso incondizionato, che la smettesse di avere paura e che si alzasse in piedi. Non lo fece e mi trovai sperduto nuovamente, come due anni prima in una tabaccheria appena fuori città. Tenebre e poco altro si affrettavano nella mia testa cercando una via di scampo. Tenebre e poco altro. Niente idee, niente scappatoie da usare in casi del genere. Le uova arrivarono due a due, avvolgendosi sulla mia nuca dopo aver disintegrato il loro guscio bianco. Una fresca esplosione mi avvolse da dietro e flaccide gocce di albume mi sporcarono la giacca. Avvertii chiaramente il flusso magmatico che cominciava già a scendere lungo la schiena, giù fino alle mutande. Wanda non aveva perso tempo, forse abile per aver già partecipato a situazioni come questa, era passata al contrattacco. Mi girai e ripetendo un vecchio copione premetti il grilletto a caso. Ancora, anche qui, la cassa della commessa di nome Wanda esplose come una zucca riempiendo lo spazio dei sui detriti. Non potei non notare il parallelismo con la dinamica degli eventi successi in tabaccheria e temetti subito il peggio. Mi aggrappai al gomito di Winnie sforzandomi di farla alzare. Lei obbedì, probabilmente senza neanche rendersene conto e fummo subito fuori. Tenevo gli occhi semi chiusi, giusto quel tanto che basta per non sbattere addosso a Wanda e a tutto il resto, ma ero certo che una volta riaperti mi sarei trovato nuovamente nella spiacevole situazione di due anni prima. Vedevo già un battaglione di poliziotti con i loro occhiali da sole neri, gli stemmi che brillano al sole, le loro maledette auto lampeggianti aspettarmi a braccia aperte. Mi sbagliavo. Poca gente spaventata e confusa, macchine in sosta e un certo odore di verdura andata a male mi accolsero. Cercai la nostra auto e senza tanti complimenti feci sistemare Winnie vicino a me e partii sgommando.
La fuga
La strada si snodava selvaggia attraverso il centro cittadino. La mia strada, quella che allora avevo scelto e che mi avrebbe portato fino alle fauci voraci dello squalo si dipanava sotto i nostri pneumatici usurati. Pareva fatta apposta per interrompere la nostra fuga, con semafori che diventavano rossi a pochi metri da noi, incroci sempre intasati, buche maledette che sgozzavano le sospensioni. Mi girai verso Winnie dopo un bel pezzo. Nella destra stringevo ancora la mia colt 45 nuova di zecca. Mi guardava inorridita con la sua faccia d’un bianco pallore davvero poco rassicurante. Le chiesi se stesse bene e la prima cosa che fece fu quella di sputarmi in faccia. Non ero preparato a questo. Non ero pronto ad una sua risposta del genere. Sputarmi contro non era nelle regole. Non lo era nemmeno portarsi una pistola al supermarket lo ammetto, ma sputare in faccia al proprio fidanzato era scorretto e volgare. Un vero peccato sul serio, perché far picchiare la sua fronte contro il cruscotto fece più male a me che a lei. L’airbag esplose e io dovetti fermarmi. La risvegliai ai bordi della strada. Non potevamo fermarci certo in quel punto. La cassiera di nome Wanda aveva sicuramente già allertato la polizia e noi avevamo percorso solamente poche miglia. Inoltre dovevamo cambiare macchina per colpa sua e glielo dissi. Non credo le fosse ben chiara la situazione nel suo insieme perché cominciò a singhiozzare e ad inveire contro di me. L’avevo già castigata una volta, non potevo farlo nuovamente. Mi inginocchiai davanti a lei, che se ne stava barricata dietro le lunghe gambe, con la faccia nascosta dalle braccia che si chiudevano a catenaccio. Cercai un modo per penetrare quella corazza, avvicinando le labbra dove presupponevo si trovassero le orecchie. Prima da una parte poi dall’altra, insistendo fino a quando, forse stanca della scomoda posizione dovette arrendersi e dischiudere i suoi lunghi petali. Continuò comunque a tenere la mani davanti al viso per non guardarmi in faccia. Cercai disperatamente di separare le dita morsicandogliele e alla fine cedette. Provai a spiegarle com’erano andate le cose. Provai a farmi capire. Non fu facile. Come dirle che ero stato colto da quell’impulso irrefrenabile che mi navigava dentro fin da ragazzo ? Come dirle che non avevo potuto fare altrimenti, colto alla sprovvista da un ricettatore che mi aveva abbindolato ? Come dirle che mi ero anche dimenticato nella confusione di andare al distretto per la firma giornaliera e che a questo punto avevo tutta la polizia alle calcagna ? Finalmente lei mi guardò, cominciando dal basso e salendo su fino ad incontrare i miei occhi. Respirò piano e senza dire niente si alzò in piedi. Per prima cosa mi fece notare che avevo ancora la pistola in mano e mi chiese se volevo ucciderla o tenerla come ostaggio. Ora quello confuso ero io. E dire che la consideravo quasi mia complice ! Senza considerare il fatto che era la mia ragazza, la mia dolce Winnie. Non avrei potuto farle mai del male e glielo urlai in faccia. Un po’ frastornata da questo mio ragionamento mi disse flebile che non se la sentiva di condividere tutto quanto mi era accaduto e che quindi dovevo considerarla come un ostaggio. Avremmo convissuto in questo modo fino a quando la sua coscienza non le avesse fatto capire che i miei sentimenti erano sinceri. Forse per punirmi mi fece notare il bozzo sulla fronte dovuto all’impatto con il cruscotto. Ribadì che avevo ancora la pistola in mano. Già, la mia pistola. A guardarla meglio sembrava proprio un’appendice della mia mano. Decisi di metterla via, ma per quanto il mio cervello si sforzasse di far aprire la mano pareva proprio tutto inutile. Guardai intensamente quelle dita abbarbicate sul metallo della colt. Non era certo normale che non riuscissi a dischiuderle. Provai con l’altra mano, cercando di sfilarle una ad una, ma niente. Mi preoccupai seriamente. Winnie pareva non capire, perciò quando glielo spiegai credette che stessi cercando di fregarla. Ma non era così. Forse la rabbia, forse la tensione, forse una reazione muscolare inusitata avevano bloccato la mia mano a pugno e i nervi si erano fossilizzati, imprigionando la mia bella pistola. Sudavo freddo e cominciai ad agitarmi sul serio. Mi contorcevo, mi dimenavo come in preda ad una crisi isterica, rotolando sul selciato e scalciando con i piedi contro quella mano che non voleva assolutamente lasciare la presa. Credo che finalmente anche Winnie cominciasse a crederci perché tentò di aiutarmi anche se senza risultati. Leccò le mie dita cercando una lubrificazione che in situazioni diverse avrebbe sortito effetti amorosi devastanti, ma che allora non produssero alcun risultato utile, mi punse i polpastrelli con le sue spille da balia ottenendo solo di farmele sanguinare dolorosamente. A quel punto ammettemmo la sconfitta. Restammo un po’ seduti con la schiena poggiata alla ruota dell’auto, incapaci di pensare. Ma il tempo incalzava. Non potevo permettere che la polizia mi arrestasse nuovamente, scaraventandomi dentro una lurida cella e buttando via la chiave. Winnie che fino ad un secondo prima se ne stava con la testa ciondoloni quasi a voler tentare un improbabile sonnellino, si rizzò in piedi dicendomi di aver trovato una soluzione al mio problema. Almeno al più urgente. Conosceva un dottore, un buon dottore, che anni prima aveva curato suo zio dalla scafosi. La scafosi era una malattia maledetta. Impediva chi ne era colpito di guardare tutti gli oggetti di colore blu. Allora niente vestiti blu, niente auto blu, niente mare, niente cieli azzurri. Guai. Gli effetti erano devastanti. La faccia si riempiva di bubboni, l’alito diventava infernale e le gambe mollicce, tanto da costringere il disgraziato a restare a letto, chiuso in una stanza poco colorata e senza finestre. Era una malattia comunque del tutto psicologica, riconducibile a traumi infantili o forti scosse cerebrali che avevano lasciato profondi strascichi dentro il cervello. Una malattia alla fine curabile. Ma solo da pochi esperti. Il dottor Randy era uno di questi. Ci decidemmo per un consulto senza appuntamento e procedemmo. Non avevo alternative, dovevo rubare un’auto. La nostra non poteva circolare in quello stato, con un airbag esploso e la targa ormai già nota anche alle casalinghe di tutto lo stato in quel momento davanti alla televisione per il notiziario della sera. C’era un grande centro commerciale proprio alle nostre spalle e non avevo che l’imbarazzo della scelta. Ma io ero un rapinatore di denaro liquido, non di auto. Non avevo mai aperto una macchina senza usare la chiave. Trovai un’antica berlina, già corrosa dalla ruggine e da un padrone maldestro che pareva averla praticamente dimenticata sul piazzale, parcheggiata tra due posteggi, ingombrante quanto mal tenuta. Mi piacque subito e sembrò che anche io le piacessi, perché si lasciò scassinare la serratura senza sforzo. Andavo a caso, ripensando ai film visti alla televisione. Entrammo nell’abitacolo e un piacevole odore di cuoio usurato del rivestimento dei sedili ci accolse. Il caldo pomeridiano solleticava i pori e restammo per un secondo a goderci quel calore improvviso sulla gambe. Mi abbassai in cerca dei fili e lo sguardo si posò sulle ginocchia sbucciate di Winnie. Fremetti per un attimo e lei se ne accorse. Forse destati i suoi impulsi difensivi, le mani le si mossero incondizionatamente prendendole la gonna e allungandola ben oltre quella zona del suo corpo, poco importante forse ma d’una bellezza per me in quel momento incomparabile. Leggermente sbucciate, piccole e tondeggianti ginocchia, sembravano fatte apposta per farsi guardare. Ma io non potevo. Non avevo tutto quel tempo che invece avrei desiderato per starmene seduto a rimirare quelle due rotule così ben fatte. Avrei pagato, giuro, per fissare quell’attimo e godermi lo spettacolo di noi due, dentro una berlina ancora da rubare, con me prostrato in cerca di fili elettrici attento invece alle sue gambe, e lei, incerta sul da farsi ma sorprendentemente lusingata dalle mie attenzioni. Immaginai momenti ancora da venire, rigurgitanti di luce solare e caldo estivo. Pur in quella scomoda posizione immaginai contesti, ambienti, stanze fatte di pareti mai conosciute, ma che forse sarebbero potute essere mie e sue se solo le cose fossero andate diversamente. Erano luoghi caldi, soffici come ovatta, con lo sciabordio delle onde in lontananza. Io, seduto su una sedia a dondolo fatta di vimini, fumavo una piccola pipa di gesso bianco, con un cane addormentato ai miei piedi e una birra sul tavolino. Improvvisamente l’immagine di Winnie che attraversava la stanza, scalza ed indaffarata in faccende domestiche, con un vestito corto e leggerissimo, frusciante nella brezza pomeridiana. Ad un tratto la sensazione di un’altra presenza inattesa alle mie spalle, non enorme ma nitida. Una presenza che dava impulsi alla mia sedia a dondolo. Immaginai di voltare lentamente la testa, spiando attraverso gli steli che intrecciati formavano lo schienale della sedia. Uno sguardo fugace e l’incontro con due piccoli occhi marroni che mi spiavano dal basso e piccole dita che ghermivano la sedia facendola ondeggiare. Immaginai allora di sobbalzare e schizzare via da quella sedia spaventato. Il sogno stava prendendo il sopravvento sul mio cervello. Creava cose e persone prima che io le desiderassi. Chiusi gli occhi e l’incanto svanì. Tornai con la testa sotto il blocco volante scoprendo una fortuna del tutto inaspettata. Appeso alla base del cambio, un mazzo di chiavi ci guardava stupito. Invocai una benedizione da un santo qualunque e infilai una chiave nella fessura. Un colpo sordo e poi il motore crepitò meravigliato. Fummo subito sulla strada e guidato da Winnie attraversai i quartieri eleganti della città, diretto verso un ambulatorio mai visto, al cospetto di un dottore mai conosciuto e anch’egli ignaro del nostro arrivo.
Il dottor Randy
Giungemmo finalmente a destinazione. L’edificio era squadrato e noiosissimo, sostenuto da colonne stile romanico e oberato da sculture di dubbio gusto. Tipico di dottori e analisti pensai. Entrammo senza bussare e nessuno ci accolse nella saletta d’attesa. Ringraziai la provvidenza per questo. Non osavo immaginare l’effetto che avrebbe potuto sortire l’ingresso di uno sconosciuto con pistola per una segretaria che immaginai essere vecchia quanto la costruzione. Ci fermammo davanti alla porta dello studio sopra la quale spiccava una targa in ottone con le generalità del dottor Randy. Appoggiai l’orecchio alla porta e rimasi in ascolto. Una leggera musica di sottofondo proveniente dall’interno mi distrasse, cosicché quando la porta si spalancò precipitai in avanti. In un lampo vidi sfrecciare davanti a me una giacca nera con cravatta marrone ed un paio di pantaloni blu scuro. Le scarpe erano di cuoio nero con uno strano arabesco lavorato sul davanti. Lo ricordo molto bene perché ci finii sopra con la faccia. Rimasi per un bel pezzo in questa posizione, imbarazzato dalla situazione ed in questo modo evitai tutti gli odiosi convenevoli che la mia Winnie dovette per forza dichiarare al dottore. Gli raccontò del mio problema molto velocemente, evitando di raccontare gli antefatti e spiegandogli a larghe linee l’urgenza della nostra condizione. Avvertii il click della sua borsetta aprirsi e qualche cosa frusciare dalle sue mani a quelle del dottore. Questi, dal principio preoccupato, cambiò improvvisamente tono diventando stranamente accondiscendente. Finalmente mi decisi e sollevai la faccia. Da sotto era tutto molto più orribile del previsto. Il dottore sembrava una statua di marmo con la barba. Era basso e tozzo, nel complesso brutto e piuttosto vecchio. I capelli radi e sicuramente tinti erano tirati tutti all’indietro evidenziando una fronte sfuggente. Mi fecero alzare ed entrammo nello studio. Una luce soffusa e la musica che prima avevo sentito e che ora riconoscevo essere Van Morrison ci circondarono. Mi fecero sedere e il dottore si inginocchiò davanti a me come se fossi un’icona sacra. Alzai lo sguardo preoccupato verso Winnie che se ne stava in piedi, alle spalle del dottore. Dalle sue pupille ricevetti calore e tranquillità. Mi fece intendere che sarebbe andato tutto per il verso giusto e questo mi bastò. Così mi rassegnai e ne approfittai per osservare il cuoio capelluto del dottore che se ne stava in bella mostra a dieci centimetri dalla mia faccia. Era una campo di battaglia dove pareva che due eserciti di pidocchi si fossero fronteggiati, devastando quel pezzo di testa con bombe di una potenza inaudita. Piccole fosse alternate a protuberanze sapientemente nascoste dai pochi capelli davano l’impressione di osservare un paesaggio lunare visto dall’alto. Una lieve brina di sudore copriva quella morfologia spiacevole e ringraziai i miei genitori per avermi donato almeno una testa ricca di capelli che probabilmente sarebbero stati appiccicati alla mia cute per parecchio tempo ancora. Il dottore studiò la mia mano e la pistola incollata al palmo. La girò parecchie volte appoggiandosela sulla coscia. Non disse nulla per molti minuti e alla fine, tratto un lungo sospiro, si alzò stiracchiandosi leggermente. Prese Winnie sottobraccio e allontanandosi dalla mia sedia cominciò a parlarle a bassa voce. Per quanto facessi non potei capire niente di quanto si stessero dicendo. La tensione mi saliva dentro come uno spumante troppo agitato; quando la sentii arrivarmi al naso non resistei e mi alzai di scatto. Il dottore e Winnie capirono che non c’era più tempo per i sotterfugi e mi corsero in contro. Winnie era dolce e bella quel pomeriggio e mi pareva di non poter fare molto per non accontentarla. Così quando si avvicinò lentamente a me accarezzandomi una guancia, mi sentii sciogliere più di quanto avrei voluto fare. Mi parlò piano e sottovoce riguardo a quanto il dottore aveva deciso. Aveva una cura per me, potente ma efficace. Una puntura che mi avrebbe sedato per un’ora o forse più, passata la quale io e la colt 45 saremmo stati due cose separate. Poiché la mia malattia era puramente dovuta ad un fattore nervoso c’era bisogno che la mia mente per un lungo periodo di tempo si rilassasse e permettesse ai muscoli di liberare la morsa nella quale avevano stretto l’arma. Le chiesi che controindicazioni potessero esserci, ma lei non rispose. Cercò una scappatoia insistendo sul fatto che era la cura più rapida, quanto agli effetti, non poteva descrivermeli perché, a detta del dottore, erano personali e diversi ad ogni caso. Credo che iniziai a piagnucolare, forse esitai un secondo di troppo, tanto da dare l’impressione di voler cedere. Winnie mi colpì con un sonoro manrovescio facendomi sedere forzatamente sulla sedia. Vidi buio per un secondo poi tornai con la testa nello studio. Mi chiese scusa portandosi una mano davanti alla bocca anche se una luce le brillava infondo agli occhi. Credetti che una piccola vendetta alla botta contro il cruscotto le fosse dovuta, quindi lasciai perdere. Dire che avevo paura degli aghi sarebbe minimizzare la cosa. L’idea di farmi penetrare da un sottile stiletto appuntito mi faceva impazzire. Fin da ragazzino avevo sempre cercato di evitare le punture, preferendo una sonora supposta per via rettale. Nelle rare volte che avevo dovuto cedere, l’angoscia precedente all’atto e l’agonia successiva dovuta allo shock del buco mi avevano devastato il fisico. Ad ogni puntura seguiva una lunghissima terapia riabilitativa fatta di unguenti e pomate rinfrescanti, fanghi e bagni d’erba tonificanti. Probabilmente inutili dal punto di vista medico, erano però necessari da quello psichico. Persino i dottori più accaniti nell’uso dell’ago dovevano arrendersi davanti alle mie spropositate reazioni schizofreniche. Ma anche allora era evidente che non avevo scampo. La siringa era lì, davanti ai miei occhi, ricolma di un liquido rossastro e presago di malefici. Il dottor Randy, forse per una forma di sadismo tutta sua, me l’aveva posta davanti, adagiata su un cuscinetto di velluto beige ed ora aspettava solamente il mio sedere per iniziare la terapia. Me ne stavo seduto, con le braccia adagiate alle gambe e le mani sulle ginocchia, proprio come uno scolaretto ignorante ad un esame. Sudavo e ansimavo, mi mordicchiavo le labbra e mi devastavo la pelle delle dita con le unghie taglienti perché mal rosicchiate, guardando intensamente quella siringa. Winnie scoprì solo allora quella mia fobia e ne rimase molto colpita. Non impressionata, ma veramente colpita in senso positivo. Solo giorni dopo mi raccontò come si era sentita in quei momenti; tanto arida e potente da vedermi come un povero disgraziato, indifeso ma dolce allo stesso tempo, capace di cattiverie, ma debordante di un’umanità inusuale per personaggi del mio rango. Quella mia reazione le aveva dato la possibilità di confrontarsi con se stessa, facendole scavalcare i limiti che la sua educazione le aveva imposto fin da ragazzina, rendendola accondiscendente e sinceramente colpita solo dalle piccole cose quotidiane. Davanti a quel mio squallido teatrino di bassa lega si era resa conto che poteva provare sentimenti nuovi nei confronti miei e di conseguenza di tutte le altre persone. Sentimenti sprezzanti e duri, carichi di odio e gelo e capaci di agire senza tanta inutile tenerezza se indirizzati ad uno scopo preciso. Così Winnie, mossa dalla sua nuova teoria, mi colpì per la seconda volta, questa volta da dietro, con una poderosa mano aperta ed il palmo modellato sulla mia nuca. Le mani slittarono sulle ginocchia e la sedia mi proiettò in avanti. Caddi a quattro zampe e dallo stupore deglutii male cominciando a tossire. Diventavo sempre più rosso e sentivo che l’aria se ne stava definitivamente uscendo dai polmoni senza voler mai rientrare, quando avvertii chiaramente una puntura sulla chiappa sinistra. Lesti e incredibilmente organizzati Winnie e il dottor Randy mi avevano calato le braghe quel tanto che bastava per farci infilare l’ago e avevano agito con o senza il mio consenso. Dopodiché mi distesero sul lettino e come se fossi un televisore si sedettero ad osservarmi.
Tenevo la faccia rivolta verso il soffitto per evitare i loro sguardi e ogni tanto davo un colpetto di tosse, rigurgito memore della precedente crisi respiratoria. Non avvertivo alcun cambiamento se non che l’aria si era fatta terribilmente pesante e come una coltre la sentivo coprirmi le gambe, salendo man mano verso il tronco e la testa. Non era dopotutto una spiacevole sensazione e mi dava una certa sicurezza ed un senso di pace. Credo che chiusi gli occhi perché ad tratto tutto si fece buio. Poi d’improvviso, come da lontano una luce sull’angolo sinistro della mia visuale si rischiarò. Era come una piccola palla al cui interno si avvertivano voci e rumori ancora soffocati. Man mano la luce acquistava volume e contemporaneamente anche le voci crescevano d’intensità. Quando la scena occupò tutto il mio campo visivo riconobbi i luoghi e i volti della mia infanzia. Era il lunapark che ogni anno per la Pentecoste si aggiungeva alle varie attrazioni della festa patronale. Giostre fatiscenti e precarie bancarelle con pesci rossi anemici ne costituivano i richiami principali. Ragazzini mischiati agli adulti gestivano i vari banchetti perennemente vuoti e frequentati solo dai balordi del quartiere. Seminascosto tra gli autoscontri e la bancarella del tiro a segno c’era un piccolo carretto arrugginito addetto alla vendita dello zucchero filato. Per me lo zucchero filato aveva un fascino incredibile. Adoravo non tanto il suo sapore quanto il meccanismo che lo produceva. Non avevo mai capito come funzionasse quella specie di roulette arrugginita dentro la quale la vecchina ci metteva lo zucchero normale e poi, facendola girare vorticosamente, raccoglieva con un bastoncino quei lunghi filamenti appiccicaticci che parevano generarsi dalla macchina stessa. Ero capace di starmene ore ed ore, impalato davanti al carretto, in attesa che qualcuno ordinasse dello zucchero filato. Ed anche allora, smarrito in quella specie di visione retroattiva, ero là, davanti a quel carretto scalcagnato, con in mano quanto bastava per comperarmi un bastoncino di zucchero filato. Dall’altro lato del carretto la stessa vecchina di allora attendeva la mia richiesta. Bambini in fila avevano già avuto il loro bastoncino e seduti sul marciapiede parevano aspettarmi. Mi avvicinai e porgendo i soldi chiesi uno zucchero filato color rosa. La vecchina prese i soldi e guardandoli in controluce rise sgarbatamente. I soldi puzzavano di falso disse e lei lo zucchero filato rosa non lo faceva; solo bianco poteva darmelo. Accettai quello bianco, ma le chiesi di spiegarmi almeno il meccanismo di quella macchina che tanto mi affascinava. La vecchina si irrigidì e guardandomi offesa appallottolò i miei soldi tirandomeli in faccia. Imprecò e sputò per terra maledicendomi. Mi chiese come osavo avanzare una richiesta come quella, mi disse che mai e poi mai avrebbe rivelato il segreto di quella macchina. Mi disse che se lo avesse fatto nessuno avrebbe più acquistato lo zucchero filato e tutto sarebbe finito. Le dissi che avrei pagato per saperlo, e profumatamente anche. Le chiesi di svelarmi il suo segreto, la implorai guardando bene quella faccia rugosa. Non ottenendo risposta alcuna la minacciai di strapparglielo con la forza bruta. La vecchina chiuse gli occhi e abbassò la testa. Rimase in quella posizione per un tempo che non riuscii a definire, ma che mi parve essere infinito, poi allungò una mano in basso, proprio nel ventre di quel macchinario fantastico. Uno scatto felino e mi presentò una splendida colt 45 nuova di zecca che con il suo occhio cupo mi osservava. Non ero abituato a guardarla da quel lato, mi sorprendeva la sua cinerea canna puntata verso di me. Mi spaventava ed affascinava al tempo stesso. Era un bel pezzo di pistola, lunga e ben proporzionata, agile ma pregna di pericolosità celata. Un solo colpo e nel mio petto sarebbe comparso un gran bel fiore rosso sangue, che avrebbe messo fine ai miei giorni. I ragazzini, canaglie di strada perennemente ricoperti da uno strato di terra ed erba, cominciarono ad alzare la voce, incitandola a punirmi. Agitavano i bastoncini svuotati dallo zucchero filato come fossero spranghe, inneggiando al mio linciaggio. Mi girai di scatto e feci il gesto di caricare verso di loro. Una sola stupida mossa, appena sufficiente per spaventarli e metterli in fuga. Partì un solo colpo, lo udii sibilare nell’aria, sebbene la distanza fra l’otturatore e la mia schiena fosse minima. Un pizzico forte fra le scapole e una spinta in avanti annunciarono che il bersaglio era stato colpito. Roteai istintivamente verso il carretto e vidi la vecchia caracollare all’indietro, battuta dal rinculo troppo forte per la sua struttura ossea. Cademmo insieme, uno in avanti e l’altra all’indietro. Polvere e pezzi di gomma da masticare mi si piazzarono davanti alla faccia non appena la feci sbattere per terra. Poi vidi le loro scarpe, unte e logore da mille calci ad un pallone troppo gonfiato, scucite per i troppi tentativi di ammollo in detersivi potentissimi pararsi davanti ai miei occhi. Mani piccole e maldestre cominciarono a cercarmi nelle tasche. Sentii prelevare il portafoglio e il pacchetto di fazzoletti di carta nuovo che tenevo sempre di scorta nella tasca interna della giacca. Avvertii anche un piccolo calcio alla coscia, tanto per saggiare la mia vitalità. Eppure non mi sentivo morire. Non percepivo quella tragedia della vita che scivola fuori dalle viscere, oltre i muscoli, che evapora dalle ossa per sublimare in anima eterea e impalpabile. Nonostante il colpo alla schiena sentivo il sangue ancora in circolo, le tempie pulsare freneticamente e i polmoni sollevarsi nervosamente. Tentai di alzarmi, ma un calcio più forte degli altri e ben piazzato mi colpì alla nuca, facendomi sbattere il naso nella polvere, giusto sopra una gomma da masticare spiaccicata in terra. Un sibilo alle orecchie sparecchiò tutte quelle immagini e un mulinello di luci colorate preannunciarono che l’incubo volgeva al termine.
Verso il mare
Mi svegliai urlando. Winnie e il dottor Randy mi stavano a guardare, attentissimi ad ogni mio movimento. Per prima cosa cercai la mia mano destra. Era libera. La colt 45 nuova di zecca se ne stava sola, adagiata sul morbido cuoio del lettino, improbabile soprammobile per uno studio medico, innocua e quasi smarrita fra tutta quella brava gente. Poi tastai la schiena, convinto di trovarci un foro di proiettile e il sangue rappreso. Infine mi palpai il naso, sicuro di doverci staccare la gomma da masticare rimasta appiccicata. Non trovai niente e ne rimasi quasi deluso. Niente affatto delusa era invece Winnie che emise una serie di gridolini isterici per la gioia di ritrovarmi finalmente disarmato. Strinse forte le mani del dottore, arrivando fino a baciargliene una come fosse un vescovo e poi si buttò tra le mie braccia. Non me l’aspettavo e finimmo oltre il lettino tutti e due, rovinando sul pavimento di tenero e profumato legno norvegese. Abbandonammo il dottor Randy alla delicata fase di autocelebrazione post terapia portata a buon fine e corremmo come bambini giù per le scale, evitando chissà perché di prendere l’ascensore. Se lo avessimo fatto, avremmo sicuramente incrociato un paio di loschi poliziotti in borghese esplorare il condominio che, dopo aver ricevuto una soffiata dall’inquilino sottostante lo studio in perenne ascolto di quanto accadeva al piano di sopra, aveva prontamente avvertito la centrale con una telefonata anonima. Ignari di tanto odio nei nostri confronti uscimmo dal cubo di cemento e trovammo la vecchia berlina ad attenderci sotto il sole rovente. Il rovente cuoio dei sedili ci riconobbe subito e dovemmo più volte staccare le gambe e la schiena dai sedili per evitare un’ustione di secondo grado. Misi in moto e cercai il vuoto urbano. La città perdeva via via consistenza mentre ci dirigevamo sempre più a sud, in quelle arterie di asfalto e cordoli di cemento che nutrivano lo spazio urbano ed i suoi cittadini. Il nucleo era oramai distante e tutti i luoghi conosciuti venivano a poco a poco dimenticati dal mio cervello ancora rappreso dai farmaci. Vagavamo in una periferia a me straniera in evidente contrasto con la mappatura del territorio conosciuto da Winnie che sembrava orientarsi perfettamente in quelle zone. Le chiesi conferma e lei mi raccontò di aver vissuto in quei luoghi da ragazzina, con la madre e il patrigno. Ci era affezionata, li riconosceva come una vecchio soprammobile ritrovato dopo lungo tempo, li amava detestandoli. In quelle zone aveva perso tutto pochi anni prima, madre, casa, soldi e amicizie. Ghermite dalla sorte e dal patrigno crudele che, ritrovandosi solo, ne aveva approfittato per portarle via tutti i valori di famiglia. La vidi perdersi guardando laterali ed incroci, riconoscendo negozi e locali per me anonimi ed uguali a tutti quelli che io conoscevo. Premetti crudelmente il piede sull’acceleratore e cercai la via più veloce per uscire da quella ragnatela di ricordi e numeri civici. Anche la periferia più periferica ci abbandonò salutandoci con cartelli di buon viaggio e scritte per turisti inneggianti un nostro improbabile ritorno in quei luoghi. Scelsi di battere strade statali e provinciali, evitando l’autostrada non tanto per la possibilità di trovarci posti di blocco che per me era identica, quanto per l’incapacità di trovare una via di fuga alternativa in caso di un inseguimento che sarebbe risultato già perdente in partenza data la scarsa potenza dei cavalli di cui disponevamo. Per un’ora abbondante non avemmo sentore di pattuglie o ronde in cerca di noi, così cominciai a rilassarmi. Winnie si era addormentata, finalmente soddisfatta di aver vinto almeno una prima battaglia contro quella che sembrava essere una lotta impari. Affrontare un nemico così acerrimo e radicato come lo erano i miei vizi criminali era già difficile, dover sconfiggere anche una turba mentale per cavarmi di mano una pistola era stato per lei logorante. La guardai di soppiatto e riconobbi in lei quella pace riacquistata dopo tante sofferenze. I capelli agitati dal vento, liberi da quella fascia di cotone che li trattenevano per la maggior parte del tempo parevano parlarmi all’unisono. Come tanti tentacoli che si agitavano freneticamente verso di me, raccontavano di Winnie del suo mondo per me quasi del tutto sconosciuto. Ero un tipo piuttosto rude, ma la tenerezza a volte mi prendeva di nascosto e subdolamente. Non avevo quasi mai pietà per nessuno se non per poche specie animali che trovavo intelligenti e particolari, come i babbuini e le foche. Evitavo di guardare i documentari alla televisione e vi prestavo attenzione solamente se si parlava di questi animali. Allora mi concentravo su di loro e trattenevo a stento il nodo in gola e la commozione che arrivava quasi alle lacrime. Anche con Winnie era capitata la stessa cosa. Le donne non mi avevano mai interessato molto, neanche dal punto di vista sessuale. Non che le evitassi, ma nemmeno le cercavo e per la verità loro non cercavano me. Ma l’incontro con Winnie in una rosticceria del centro era stato come una folgorazione e paragonabile solamente al mio primo vero approccio con un babbuino in carne ed ossa. Il confronto potrebbe sembrare inappropriato, ma la sensibilità che ci misi con entrambe fu la stessa, Il trasporto con il quale dialogai con Winnie e con Zombie (questo il nome del babbuino che mi misero in braccio durante una visita allo zoo) fu il medesimo. La rosticceria era una di quelle del centro, ben rifinita, troppo pulita ed elegante perché io la considerassi tale. Niente puzzo di fritto, niente cicche per terra, bagni tremendamente puliti. Entrarci era stato per me solo un pretesto per verificarne l’espugnabilità. Ma non avevo continuato la mia esplorazione. Vedendo Winnie servirsi al bancone, riempiendo borse di pollo fritto e grosse braciole sanguinolente venni folgorato dalla sua presenza. Come se un campo magnetico troppo forte avesse invaso il mio spazio vitale, vacillai guardandola pagare il conto, dandomi una fugace occhiata. Uscii senza esitare e seguendola arrivai fin sotto casa sua. Ci rimasi tutto il giorno e tutta la notte. Senza che lei se ne fosse accorta, speravo in un miracolo che mi avrebbe condotto fino al suo appartamento. Certo il miracolo così come lo si immagina non avvenne; non ci furono romantiche serenate dalla strada al suo balcone, niente voci suadenti dal citofono mi esortarono a salire. Lei non si accorse che io stavo là e anche se lo avesse fatto, non mi avrebbe mai invitato a salire senza prima chiamare la polizia. Solo mi trovò addormentato sui gradini quando al mattino uscì per andare a lavorare. Ebbe così il tempo per studiarmi e intuì forse dal mio modo di accoccolarmi durante il sonno che ero un tipo quasi innocuo. Credo di esserle piaciuto allora e da quel momento, da quando mi svegliò delicatamente con una mano, non ci separammo più.
Arrivammo sulla costa al tramonto. L’ora migliore per certe fughe senza meta. Il paesino che avevamo raggiunto era piccolo e senza grosse tentazioni per turisti e questo era tutto quello che cercavo e volevo. Poca gente, poco traffico, un letto vero. Trovammo un motel di terza categoria, di quelli bassi e lunghi, con gli appartamenti tutti attaccati l’uno all’altro come stanze d’ospedale. Un grosso piazzale asfaltato con solamente un paio di macchine posteggiate ci venne incontro. Scesi dall’auto e respirai avidamente quell’aria bollente che saliva dai pneumatici esausti per la lunga sgroppata. Folate di vento caldo annunciarono un grosso temporale in arrivo. Scegliemmo una camera a caso e data la scarsità di ospiti ne trovammo una carina con televisore, doccia e minibar attrezzato. Caracollai sul letto come un rinoceronte abbattuto e mentre Winnie se ne stava beatamente sotto la doccia mi appisolai. Nel breve sonno che feci un ricordo vecchio di anni mi venne a cercare, forse scomodato dalle droghe sintetiche che il buon dottore aveva sprigionato dentro il mio corpo quel giorno. Avevo un orologio, eredità unica di mio padre. Un tempo era stato un orologio di precisione, ma da quando era toccato a me zoppicava sovente, dimenticando i minuti e ostinandosi a posizionare la lancetta dei secondi sul quarto d’ora. Lo avevo sfilato dal suo polso un momento prima che chiudessero la bara e la portassero al camposanto. E fino a quel momento quell’orologio aveva corso regolare, preciso, impeccabile. Ma come a volte capita con gli animali costretti a cambiar padrone, non volle adattarsi. Per quante cure e affetto gli usassi, a quante riparazioni lo sottoponessi, questo orologio caparbiamente riprendeva a non funzionare, tanto che alla fine dovetti rinunciare e lo riportai al legittimo proprietario. Avevamo una tomba di famiglia, molto grande e con un bel cancello di ferro battuto che evitava agli estranei di entrare in quel luogo per noi sacro e rubare i fiori o le candele che perennemente uno dei miei fratelli accendeva. Così, in una fredda giornata invernale, con quella maledetta pioggerellina che cade di traverso penetrando anche la più spessa maglietta di lana, aprii il lucchetto e feci cigolare i vecchi cardini del cancello. Guardai la foto di mio padre osservarmi con un sorriso tiepido, memore forse di un obiettivo anonimo per una carta d’identità oramai inutile. Presi l’orologio e soppesatolo un attimo lo appesi alla piccola croce di marmo che sovrastava la sua immagine. Non pregai, incapace di ricordare qualsiasi invocazione, ma rimansi seduto parecchio tempo in quel luogo, fino a quando una segnale acustico e una orribile voce registrata invitarono i visitatori ad uscire prima che i cancelli elettrici si chiudessero. Così feci nuovamente stridere le porte, assicurandomi che il lucchetto fosse ben chiuso. Guardai ancora una volta l’orologio e me ne andai. Il giorno successivo, su richiesta di mia sorella, ero tornato alla tomba per portare delle nuove candele. Avvicinandomi scoprii che l’orologio era sparito. Imprecai come un marinaio, dimenticandomi di essere in un luogo sacro. Stavo per prendere a calci una vecchia croce di legno che ormai dava segni di cedimento, quando per un attimo voltai lo sguardo verso mio padre. Rimasi sospeso con la gamba a mezz’aria dallo stupore. Non erano riflessi quelli che vedevo, ma il sorriso di lui da tiepido e quasi distaccato che fino al giorno precedente avevo notato era realmente sparito. Al suo posto una sana risata a trentadue denti invadeva il suo viso e la sua espressione beata ora mi trafiggeva. Mi avvicinai lentamente e stando basso sulle gambe, come se da un momento all’altro qualcuno avesse potuto sorprendermi. Rimirai la foto da tutte le angolazioni possibili, ma non avevo dubbi su quanto vedevo. Corsi a casa e lo raccontai al resto e della famiglia e tutti convennero che era veramente cambiato qualche cosa nel volto di mio padre. Stavo per suggerire di far riaprire la bara per verificare se veramente l’orologio si trovasse al polso di mio padre, ma qualche cosa mi fece desistere. Un desiderio di mistero e segreto mi avvolsero e impedii alla mia lingua di parlare. Mi piacque l’idea di sapere che un’entità potente e non umano aveva collegato per un momento la mia vita e quella dei miei fratelli con la non vita di mio padre e volli mantenerla per il resto dei miei giorni. Così non seppi mai, grato ai miei fratelli di non avermelo raccontato, che la zia quel giorno stesso aveva sostituito la foto logora e vecchia con una nuova e notando l’orologio lo aveva portato al sicuro. Mi svegliai sentendo Winnie uscire dalla doccia. Una buona sensazione di pace interiore mi avvolgeva, stimolata dal ricordo affiorato durante il sonno. Nel frattempo il temporale era passato violento e veloce, andandosene altrettanto speditamente. Uscii nel piazzale cercando di accendermi una sigaretta notturna. Vapori e condensa si alzavano a spirale dal piazzale asfaltato e una cappa di afa peggiore di prima avvolgeva quel posto come una cupola di plastica. Rientrai in camera e trovai Winnie profondamente addormentata. Cercai una bottiglietta di amaro e dopo averla scolata d’un fiato feci altrettanto.
[fine prima parte...]
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