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Banchi di Sabbia

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categoria:
» Nero 


inserita da:
Renzo Brollo email di Renzo Brollo
pubblicazione: 16/11/2003
aggiornamento: 10/12/2003


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racconto di Renzo Brollo - parte seconda

Anni circolari

Il mattino seguente ci vide di buon ora cercare una barca sul vecchio molo, giù al porto. La mia idea era di sparire per un poco dalla circolazione, cercando di raggiungere una delle tante isolette che imbrattavano a macchie la costa.
Parlando a bassa voce e guardando il mare, incappammo in un vecchio che se ne stava da solo, con la faccia al mattino e che quasi non vedemmo, rischiando di finirgli addosso e buttarlo in mare. Quando il mio piede toccò la sua canna da pesca feci un salto all’indietro spaventato. Il vecchio alzò gli occhi verso di noi e con un gesto ci invitò a sedere. Sorpresi e titubanti ci mettemmo vicino a lui e quando ci offrì del caffè versandolo da un termos sentii di volergli già bene.
Restammo in silenzio, lui a pescare, noi ad ascoltare le onde che sciabordavano contro i paletti del piccolo molo fatto di legno.

E così questo vecchio cominciò a rollarsi una sigaretta e a raccontare questa storia. Le gambe scure e rugose a ciondoloni sul molo, come un bambino annoiato dal paesaggio, la canna da pesca fissata ad un anello di ferro. Guardava in basso, oltre il pelo dell’acqua, a cercare il fondale molle e sabbioso, ma la debole luce del mattino ed il cielo nuvoloso glielo impedivano.
La sua macchina era un detrito, disse.
Anche il suo cuore era un detrito. La sua macchina ed il suo cuore viaggiavano in sincrono, così, quando la sua macchina stoppò, il suo cuore fece altrettanto. Era mio fratello di sangue, anche se nati da madri e padri diversi, eravamo come due gemelli siamesi, tanto che non so più se io sono quello vivo o quello morto.
Si scrollò di dosso un paio di appiccicose mosche e deglutì avidamente il fumo. Poi passò la sigaretta a me ed io feci altrettanto. Ciondolavo anch’io le gambe cercando il ritmo di lui, ma ogni volta che lo trovavo e tentavo di seguirlo, il vecchio pareva accorgersene ed infastidito cambiava movimento. Sembrava non volere nessuno sulla sua lunghezza d’onda.
Il vecchio continuò ed io passai la sigaretta a Winnie che la trattenne per un paio di boccate in più. Era la prima volta che la vedevo fumare.
Lo ricordammo alla veglia funebre, disse. Tutti, uno alla volta, aspettammo il turno per dire la nostra sul suo conto. Salirono prima i suoi genitori, fu molto commovente. Entrambe ottantenni si sorreggevano a vicenda ed era chiaro che se uno dei due fosse venuto a mancare l’altro sarebbe caduto in terra sbilanciato. Pensai che anche a casa si muovessero assieme, facendo entrambe le medesime cose nello stesso momento, andando in bagno insieme, mangiando e dormendo sempre uniti. Un po’ come facevamo io e loro figlio. Solo che a me il bastone adesso mancava. Non avevo più il mio gemello a sorreggermi e non riuscivo a fare più niente senza di lui, nemmeno le cose più elementari.
Nascosti dall’alto leggio di pietra scura, aggrappandosi come rocciatori ai suoi spigoli piagnucolarono per la gran parte del tempo concesso loro, fino a quando il prete non si avvicinò da dietro e appoggiando le sue grosse mani sulla spalla di uno e dell’altro li esortò ad andare. Io stavo seduto infondo alla navata centrale, di modo che nessuno mi invitasse più avanti, mentre io potevo vedere tutti i presenti, o almeno le loro riconoscibilissime nuche. Erano parecchi a ricordarlo quel giorno. Tutti in religioso silenzio e a capo chino parvero non notare che i genitori del mio amico scomparso, in quel momento vacillarono sul pulpito, rimanendo sospesi come per precipitare in basso, rotolando sui grossi gradini marmorei per finire ai piedi di quelli seduti in prima fila. Nemmeno la coppia di suore, lo sguardo perennemente rivolto in alto in estasi plenaria, non videro la smorfia di dolore dell’anziano padre ed il suo disperato aggrapparsi al sacro libro delle scritture stropicciandone i fogli.

Il vecchio vece una pausa e con lo sguardo cercò la sigaretta. Winnie gliela porse veloce, quasi vergognandosi di averla requisita avidamente. Io me ne stavo seduto un poco in disparte, cosicché osservavo quella coppia strana appoggiarsi al molo fumando, raccontando e ascoltando storie d’altri tempi e d’altre vite. Non mi sentivo molto partecipe fino a quando il vecchio non mise in moto la memoria, ripercorrendo la sua vita in compagnia di questo suo compagno di sangue. A quanto pare avevano visto le foche molto da vicino.
Molti anni prima che la sua macchina ed il suo cuore cessassero di sbatacchiare dentro quelle carcasse di ferro e sterno, disse, io e mio fratello gemello avevamo viaggiato parecchio. Imbarcati su una grossa nave mercantile che trasportava minerale di ferro, avevamo fatto tappa sul continente a nord, laddove l’acqua si fa nera dal gran freddo e ci sono più orche che umani e le spiagge sanno di ghiaccio piuttosto che di sole e olio di cocco.
Avevamo deciso di sbarcare per farci un giro su quella immensa distesa semideserta, senza un albero, senza una strada asfaltata, solo rocce grigie e un paio di casupole di legno e cemento mal fatte e poco accoglienti. Una di queste però era una piccola taverna ed il calore dell’alcool ed il gesto di accendersi la sigaretta stando appoggiati ad un lungo bancone scuro ci impregnavano le narici ancor prima di aver verificato che là dentro ci fossero veramente alcool, sigarette e banconi scuri. Mettendo piede a terra e la ghiaia umida parve crepitare sotto i nostri pesanti stivali di gomma. Dal buio di un anfratto poco lontano qualche cosa gemette. Sembrava un bambino abbandonato o un grosso gatto in calore, ma invisibile ai nostri occhi alzava il suo lamento oltre la cortina di sassi.
Ci bloccammo spaventati e indecisi su cosa fare. Gemelli e pensando insieme la stessa cosa, ognuno propose all’altro di andare a verificare chi o cosa fosse. Ce lo dicemmo simultaneamente e ci venne da ridere tanto che quasi ci dimenticammo il motivo per cui ci eravamo messi a discutere. Ci andammo insieme e mentre ci avvicinavamo quella cosa ricominciò la sua litania, subito imitata da un altro lamento simile al primo, ma con una tonalità leggermente diversa. Arrivati vicino al piccolo costone sorpassato il quale avremmo scoperto la verità, ci mettemmo carponi. I lamenti si zittirono improvvisamente ed iniziò invece una specie di fruscio, come se qualcuno stesse scivolando goffamente sulla ghiaia, a piccoli balzelli e salti sbilenchi. Ci facemmo coraggio guardandoci reciprocamente i denti cariati e iniziammo la breve scalata al costone umido. Oltre la cime guardammo furtivamente.
Una coppia di piccole foche, dal manto lucido e scuro come una canna di fucile si apprestavano a tornare in mare. Le onde sbattevano imponenti e violente sul bagnasciuga e pareva impossibile che i due animali potessero trovare il tempo giusto per guadagnare il risucchio del mare. Si guardavano ondeggiando la piccola testa sinuosa e sembravano accordarsi sul ritmo da prendere per balzare in acqua. Ci sedemmo sulla cima dei sassi, estasiati da questa specie di documentario in presa diretta e ben attenti a non far rumore aspettammo di vedere le loro evoluzioni.
Il sole tramontava velocemente e già il buio prevaricava la luce, rendendo l’aria fastidiosamente fredda. Le due piccole foche continuavano questa specie di danza ossessiva, fatta di ondeggiamenti del capo e sfregamenti del naso. Incuranti della nostra presenza non videro neppure l’acqua gonfiarsi in maniera insolita e vorticosa vicino a loro. Nemmeno noi ce ne eravamo accorti e trattenemmo il respiro, impreparati a reagire a quanto stava accadendo.
L’onda arrivò anomala sulle foche, non in forma riccia e spumeggiante come sempre, ma piatta e senza schiuma, curvata solamente dal profilo di qualche cosa di grosso ed imponente appena sotto il pelo dell’acqua. Lo sciabordio delle onde aumentò a dismisura, tra sbuffi e soffi di aria, una massa scura ed enorme si materializzò improvvisamente sulla riva. Le foche immobili e paralizzate dalla sorpresa ammutolirono e in un secondo terribile una delle due venne sbatacchiata sulla ghiaia ed investita da quest’onda feroce, dentro la quale una fila di denti bianchi ed una bocca rossa aspettavano il momento giusto. La pinna caudale di un orca sbucò dalla schiuma e l’acqua insufficiente ormai a coprirla tutta liberò la massa del suo enorme corpo nero e bianco. L’orca si agitò freneticamente addentando la piccola foca ed aspettando la nuova onda che l’avrebbe riportata pian piano verso il largo.

Il vecchio si portò una mano alla fronte. Piccole perle di sudore riempivano quelle rughe e gli occhi parevano umidi dall’emozione. Avevo trattenuto il respiro fino ad allora, perso anch’io vicino ai due compagni, intenti ad osservare questa scena di caccia mezza marina e mezza terrestre.

Restammo vicini, stretti come bambini spauriti, io e mio fratello gemello, davanti a quella poderosa dimostrazione della natura. Tanto crudele e tanto semplice ci era sembrata da rimpicciolirci come piccole cozze nere, aggrappate a quegli scogli slavati dalle onde.
L’orca scomparve fragorosamente con il risucchio dell’onda che aspettava e la vedemmo al largo giocare con la sua preda. Frustandolo con la sua enorme coda, il cucciolo oramai già morto, piroettava in aria per poi ricadere leggero tra gli spruzzi d’acqua.
Alla fine tutto tacque e il mare tornò al suo ritmo regolare. Anche della piccola foca superstite non v’era più traccia.
Esausti ed eccitati trovammo la piccola taverna e ci ubriacammo tanto da non ritrovare il sentiero per risalire a bordo.

Ancora il vecchio smise di parlare, come se pensieri pesanti cominciassero ad affollarsi nella sua testa. Toccò la canna da pesca, verificandone l’esca e la posizione. Un sospiro carico di nostalgia e riprese il suo viaggio alla rovescia.

Passarono molti anni che ci videro insieme per lunghi viaggi e molti mestieri. Restammo sempre vicini, incollati l’uno all’altro da un’invisibile colla di pesce e da un cordone ombelicale lungo quanto il mondo.
Ma alla fine la natura ebbe il sopravvento anche su di noi. Non bastarono tutti gli amuleti che avevamo raccolto durante la nostra vita a salvarci. Non servirono tutte le maledizioni che invocai verso madre natura per farlo tornare. Il suo cuore stoppò insieme alla sua macchina, una vecchia berlina che tanto amava. Mi lasciò così, solo, con una vecchia auto inutile ed arrugginita. Cercai di ripararla ma senza risultato. Sembrerà strano, ci disse, ma io credo che quell’auto non volle più funzionare una volta perso il suo padrone.

Non dissi nulla, ma qualche cosa in me dovette stridere rumorosamente, perché il vecchio volse il capo verso di me e fissandomi con occhi lucenti sorrise tristemente, come se avesse compreso il mio sogno.

Gli chiesi che fine avesse fatto poi quella vecchia berlina. Mi disse di averla ceduta ad un commerciante di una città più a nord. Un collezionista che possedeva una catena di supermercati e che aveva voluto averla subito. Gli chiesi altre informazioni sulla macchina, sul proprietario e sui supermercati che possedeva e un pensiero mi sfrecciò in testa. Quella vecchia berlina arrugginita che avevo rubato e che ora riposava all’ombra di una pineta era forse il ritratto di quell’auto che ora il vecchio descriveva con tanto amore. Solo una coincidenza, una piccola similitudine casuale come casuale può esserlo possedere due auto simili, ma volli credere che quell’auto cercasse di tornare al suo vecchio proprietario ed al suo primo amore. Non potendo averlo del tutto, stava ora desiderando il suo fratello gemello di sangue.

La luce del mattino si era fatta giorno vivo e il sole picchiava sulle nostre nuche reclamando abbronzatura. Il vecchio pareva aver terminato il carburante e rimaneva immobile, appiattito dal caldo e dai pensieri.
Un cenno a Winnie e ci alzammo insieme. Con un movimento istintivo presi le chiavi dell’auto dalla tasca, infilandole nella lunga asta della sua canna da pesca. Questo gesto parve scuoterlo, perché mi guardò curioso. Accennai un sorriso idiota e gli mostrai la coppia di chiavi dondolanti alla luce del sole. Una scintilla attraversò il suo sguardo e nient’altro lasciò trasparire un terremoto interno.
Lo lasciammo così, mezzo tristi e mezzo felici per quanto ci era accaduto.


La baia dei porci


Nel nostro vagabondare lungo il piccolo porticciolo trovai finalmente una piccola imbarcazione a remi a noleggio. Non sapevo certo portarla, ma finsi e il pescatore che contrattò la spesa parve crederci.
Salpammo di nascosto da tutti, con aria colpevole come se quella barchetta la stessimo rubando. Ignoravo le rotte e speravo di navigare a vista fino all’isoletta più vicina. Puntai quindi la prua verso un costone che mi pareva essere quello più vicino e più facilmente raggiungibile, ma scoprii presto che gli scogli erano tanto frastagliati e le onde tanto cattive da impedire qualsiasi attracco. Cercammo di circumnavigare l’isola per trovare una spiaggia, ma la corrente improvvisa ci sospingeva sempre più verso gli scogli.
Del panico misto a disorientamento collettivo ci abbordarono. Non sapevo come uscirne ma cercavo in tutti i modi di mantenere la calma ed il sangue freddo al cospetto di Winnie.
La barchetta, sballottata fra le onde infingarde, ci trasportava a caso lungo quel tratto di costa. Sebbene il mare fosse del tipo relativamente tranquillo sembravamo in balia di una tempesta oceanica. I nostri movimenti inopportuni e l’inesperienza nello sbatacchiare malamente i remi fecero il resto. Cozzammo fragorosamente contro una roccia frastagliata e finimmo stesi sul fondo della barca. Battei con violenza la testa contro la piccola pedana di legno dove stava seduta la mia donna e per la seconda volta nel giro di pochi giorni mi ritrovai con la testa altrove.

Albergava in me un egocentrismo centrifugo che, partendo dal cuore, vorticosamente si espandeva attraverso le viscere fino ad arrivare ai centri nervosi, cosicché ogni mia azione era soppesata e riverita a suo proprio uso e consumo. Il filtro dell’egoismo plasmava i miei pensieri facendoli vibrare sottoforma di inni alla mia persona, amplificando questo fenomeno nel momento in cui la mente si ritrovava, come ora, libera da qualsiasi dipendenza dal corpo che la ospitava.
In quel frangente, disteso lungo la legnosa spina dorsale della piccola barca, osservavo con occhi cerebrali la mia Winnie che disperata tentava di rianimarmi. Ne scorgevo la figura che eclissava il disco del sole alle sue spalle e ne udivo i lamenti. E così dalla mia anima perversa partì un canto o una serie di pensieri che volevano essere nello stesso tempo incantesimo e dichiarazione amorosa.

Svegliami da dentro le dissi.
Comincia dal cuore, fallo pulsare per bene le dissi.
Scuotilo, fallo fremere, dagli impulsi per farlo battere. Svegliami i polmoni le dissi,
soffia loro il tuo dolce fiato, perché riprendano a respirare. Pensa allo stomaco poi. Carezzalo delicatamente, rendilo affamato e pronto a ricevere nuovo cibo.
Svegliami da dentro le dissi.
Comincia dal profondo fino a toccare i muscoli, facendoli muovere lentamente, destandoli dal torpore per ricominciare a vivere.
Insegui le mie gambe, le mie braccia, le mie mani, guardami negli occhi ed entra nel profondo.
Guarda il tuo calore farsi medicina, guardami guarire con questa tua limpida e tiepida terapia.

La luce svaniva espandendo l’ombra di Winnie verso i bordi del mio campo visivo. Cercai forsennatamente di mantenere questa sensazione più a lungo possibile, ma in un attimo tutto fu buio.
Il mondo riapparve in un tripudio di luce e gabbiani rumorosi. La mia faccia sbatacchiata a destra e a sinistra, fragorosamente, dolorosamente da una mano violenta. Aprii gli occhi ed ammirai tutta la presenza di Winnie che, a cavalcioni sopra di me, mi riempiva di schiaffi.
Ancora, pensai. Winnie la grande sfruttatrice godeva della superiorità nel cavalcarmi per cogliere al volo l’occasione per pestarmi. Noncurante della coscienza che mi suggeriva l’opera di pronto soccorso che la mia donna tentava di portare, il mio orgoglio ribollì a pressione sotto quella dura scorza e non volle rimanere inerme, reagendo con rabbia.
Un impulso frenetico fuggì dal cervelletto lungo la spina dorsale, deviando a destra verso il braccio che da inanimato si fece rigido e teso. La mano stretta a pugno partì veloce e Winnie cadde all’indietro con il labbro spaccato.

Si lamentò e si contorse la mia povera Winnie e non potevo certo darle torto. La bocca, una delle parti più delicate del corpo, era per lei un punto d’orgoglio; labbra dolci e carnose, disegnate da un architetto celeste, un angelo custode in vena di smancerie. Procurarle quel taglio fu come incidere il cordone amoroso che ci univa, sfilacciandolo. Ben presto il peso del nostro rapporto lo avrebbe indebolito sempre più, rendendolo fragile e pericolante.

Finalmente mi alzai, centellinando i movimenti nel dubbio di non averne molti a disposizione. La mia donna ora se ne stava tutta chiusa in se, come un granchio capelluto, nell’atto di proteggere la ferita e di proteggersi da me. Ebbi pena per lei e miseria per il mio gesto, troppo tardi come sempre mi accadeva di provare. Tentai un approccio semplice allungando un braccio verso di lei, il palmo della mano aperto in segno di pace, ma ricevetti solo insulti e odio fatto sabbia che mi entrò ovunque e soprattutto negli occhi.
Uno spettatore al largo che puntando un binocolo ci avesse visto, avrebbe certo pensato ad un set cinematografico, ad una scena di lotta e passione dove alla fine l’armonia della coppia trionfa sfociando nell’accoppiamento.
Non era certo questo il nostro caso. In quei frangenti non stavamo affatto difendendo il nostro amore; in quei colpi sferrati e in quelli parati non si celavano messaggi subliminali sbrodolanti buoni sentimenti. Ognuno difendeva il proprio io offeso e umiliato dall’ira dell’altro. Fino alla fine, fino a quando non fosse rimasto sul campo un solo vincitore. Se dal dottore aveva vinto lei, costringendomi ad ingurgitare acidi allucinanti per separarmi dalla colt 45 nuova di zecca, ora era il mio momento. In piedi, gli occhi gonfi e lacrimanti di sale e pianto, potevo affondare nel terreno il mio vessillo e proclamarmi signore e sovrano dell’isola e di lei. Per ora.
Winnie, a capo chino, non poteva far altro che sottomettersi al mio volere fino alla prossima occasione.

La presi per i gomiti, costringendola ad alzarsi. Gemette, subito reprimendo però la smorfia di dolore che per un secondo le aveva contratto il viso. Le pulii il più delicatamente possibile la ferita e cercai di guardarla con gli occhi di un pentito. Mi lasciò fare sottomessa e dopo un po’ potemmo anche scambiarci qualche parola.
La precedetti lungo l’unico sentiero visibile che si inerpicava attraverso la grossa pineta vicino alla quale eravamo naufragati. Dal continente niente pareva aver seguito i nostri eventi. Arrivammo in cima a fatica, perseguitati da zanzare e lunghe colonie di formiche che procedevano nella nostra stessa direzione. Arrivati in cima, sparimmo oltre il costone, giusto in tempo per non vedere la motovedetta che circumnavigava l’isola, guidata dalle indicazioni di un albergatore infingardo e dai suggerimenti di alcuni pescatori presso i quali due giovani avevano trovato una piccola barca a remi a noleggio. Quando il poliziotto intravide lo scafo semi rovesciato sullo scoglio, fece descrivere al veloce motoscafo un breve arco per sfruttare l’onda ed avvicinarsi al punto dove avevamo malamente attraccato.


L’isola era evidentemente un centro nevralgico delle notti turistiche più perverse. Una volta oltrepassata la cresta, cominciando la lunga discesa che portava a valle e quindi ad una nuova baia questa volta abitata, cominciammo a notare i primi segni di delirio abbandonati lungo il percorso da invisibili visitatori notturni che avevano sfruttato ogni anfratto per consumare orgasmi e adoperarsi in piccole feste a base di droghe e alcool. Resti di minuscoli fuochi ammassati gli uni agli altri, preservativi, ridicoli cuscini di felci adibiti ad improbabili alcove comparivano qua e là, butterando il lungo rivale. Inciampavamo spesso in lattine accartocciate e bottiglie di gin vuote. Come fosse il ricordo di un concerto o di un raduno hippie, la pineta, degradando verso il mare, si faceva sempre più spiacevole al percorso e sempre meno solitaria.
Intravedemmo i primi corpi appena fuori la cerchia abitata. Da un grosso cespuglio spuntavano due lunghe gambe evidentemente femminili, all’apparenza appartenenti ad una donna ancora addormentata. Lì vicino, un uomo rannicchiato in posizione fetale riposava accanto ai suoi vestiti; molti altri li imitavano e parevano cadaveri tanto se ne stavano immobili e mal disposti.
Più che camminare, ciondolavamo in cerca di un sentiero sicuro. Non eravamo molto silenziosi, ma nessuno si destò al nostro passaggio e raggiungemmo la strada asfaltata senza che qualcuno ci degnasse di uno sguardo.
Un paesino, gettato come uno sputo sulla piccola insenatura, offriva ospitalità a pochi pescatori e a molti giovani turisti in cerca di perdizione. Evidenti segni di bagordi notturni e di improvvisate feste ad ogni angolo di strada davano l’idea di quanto poco piacevole fosse per la gente del posto circolare di notte. Poche case bianche e basse, quasi timorosamente rannicchiate le une alle altre, facevano spazio ad una lunga e all’apparenza ininterrotta catena di locali notturni con insegne adescatrici che di lì a qualche ora si sarebbero accese per attirare il maggior numero possibile di giovani prede in calore.
Scendemmo sospettosi, guardandoci attorno senza riconoscere segni di normale civiltà e senza trovare nulla che somigliasse ad un albergo. Il puzzo di lattine bruciate e di alcool rovesciato sul selciato ammorbavano l’aria già dalla mattina.
Avevamo fame e perciò entrammo nell’unica porta aperta che all’apparenza denotava una certa normalità. Ci accolse una piacevole sensazione di fresco e dopo la discesa nel girone infernale dei lussuriosi, poco più in alto sulla collina, tra zanzare e resti di fugaci coiti, quella stanza in penombra ci sembrò un piccolo scorcio di paradiso. Ci sedemmo senza chiedere permesso ai bordi di un lungo tavolone scuro e posammo gli zainetti sul bel pavimento di cotto. Battei con le nocche sul tavolo, tanto per fare qualche cosa; attirati da questo rumore da invisibili porte nascoste da altrettanto invisibili tende dello stesso colore del muro, entrarono tre persone, due donne ed un uomo, che si sedettero in fronte a me e Winnie. Imbarazzati come scolaretti ci stringemmo e ci presentammo. Inventai un bel paio di nomi falsi, sparandoli a caso, tentando di venderci come due turisti sperduti e malcapitati che, senza soldi e senza imbarcazione, erano chissà come approdati sull’isola. I tre non parvero commuoversi ascoltando la mia storia.
Poche cose ci furono dette dai tre, ma fu importante che durante il breve dialogo ci furono servite abbondanti pietanze irrorate da un barilotto di birra freschissima. A modo suo stavolta ci avevamo azzeccato. Quella era veramente una specie di locanda, poco adatta a gente come noi, ma fornita di quanto abbisognavamo. I clienti abituali erano ragazzi sballati e pertanto il protocollo usato non era dei più formali.
I tre costituivano una famiglia. Nati da unico padre ma da differenti madri, si erano ritrovati a dover mandare avanti questa specie di trattoria dopo la morte del vecchio. Il locale non chiudeva mai, un po’ per necessità un po’ per noia. Oltre all’isola non avevano visto molto e non erano dell’idea di abbandonare quella stamberga per fuggire altrove, magari incappando in chissà quale guaio.
Opinioni personali, pensavo io, mentre addentavo una bistecca al sangue e di sottecchi osservavo i tre. Winnie nemmeno ascoltava, concentrata sulla sua birra e su quanto il piatto offriva.
Non mi fecero domande ed io silenziosamente li ringraziai per questo. Il maschio si alzò stancamente ed uscì attraversando una delle tende che dapprima non avevamo notato. Rientrando poco dopo, ci osservava con sguardo diverso e più pensoso.
Feci finta di non notarlo ma mi misi sulla difensiva. Cercai di evitare tutti quanti affondando la faccia nel piatto ed ottenni una vittoria parziale. I tre si alzarono nemmeno salutando, ed uscirono frettolosamente.

Rimanemmo parecchio seduti al tavolo, fumando, bevendo, chiacchierando di tutto, come se quello che era accaduto non fosse successo. Fu piacevole e il tempo passò sopra ed attraverso noi ammorbidendo le ferite e placando l’ira dei sentimenti. Dimenticai la lotta con Winnie giù alla spiaggia, dimenticai che ero un fuggitivo, dimenticai il vecchio sul molo, dimenticai il dottor Randy e le sue medicine, dimenticai persino Winnie e noi due.
Il sole percorse tutto quanto il suo tragitto, senza sbavature, senza tentennamenti, senza nuvole che lo disturbassero. Da giorno inoltrato si fece pomeriggio abbondante ed infine anche quello decise di eclissarsi, seguendo la rotta del sole verso ovest e verso altri stati che si preparavano a riceverlo senza tanti preamboli e per noi fu tramonto.

Il celeberrimo Antoine

Si presentò a noi sul fare della sera. Una sera ebbra di luce obliqua, ripiena di bicchieri vuoti, piatti sporchi e mani unte di grasso e olio. Entrò nella taverna trangugiando da una bottiglia di birra, con la faccia rivolta in alto e gli occhi che guardavano in basso cercando gli scalini e gli spigoli. Entrò e salutò gli altri con una mano, poi ci vide e decise che eravamo i suoi prediletti. Non potevamo aspettarci niente di nuovo dopo tutto quello che ci era capitato durante quelle lunghe ore, invece questo grazioso signore dal taglio vagamente sudamericano ci portò nuove cose da sentire e da scoprire.
Si sedette stancamente al nostro tavolo e ci disse di essere “il celeberrimo Antoine”, stratega delle serate isolante e una specie di Caronte per tutti quelli che volevano spassarsela almeno una notte.
Gli chiesi cosa volesse da noi e cosa lo interessasse tanto per approfittare della nostra compagnia. Mi guardò con aria lucida e sbalordita, ma per niente imbarazzata. Si calò il cappello facendoci un goffo inchino da seduto e ammise di essere particolarmente attratto da due come noi. Non capitava spesso, anzi mai, di vedere sull’isola gente della nostra età e che paresse voler soggiornare sull’isola per più di una notte. Confermai le nostre intenzioni riguardo all’alloggio, ma rimasi sempre in attesa di ricevere da lui quell’offerta di alcool e droga che sicuramente da lì a poco ci avrebbe proposto.
Invece quello che ci offrì fu solo un indirizzo sicuro per pernottare e un giro notturno del paese in sua compagnia. Senza darmi tempo di pensarci Winnie prese per la prima volta la parola e accettò senza riserve.
Ne discutemmo seguendo il Celebre Antoine qualche metro più indietro, tanto che non potesse sentirci. Rimproverai la mia donna di aver affrettato i tempi, di non avermi dato modo di studiare quell’uomo all’apparenza onesto e inoffensivo. Avrebbe potuto essere un poliziotto in borghese per quanto ne sapevamo e conoscere già la nostra vera identità, le dissi. Avrebbe potuto approfittare di noi, della nostra buona fede e delle nostre impellenti necessità per calare un velo di buoni propositi che nascondessero poi i suoi veri scopi, le dissi, e cioè arrestarci.
Proprio in quei momenti, sulla strada sterrata con un sentiero d’erba in mezzo, camminando leggermente spediti per tenere il passo di lui, la mia Winnie mi rimproverò sonoramente, ricordandomi che l’unico colpevole di qualche crimine per ora ero io. Mi sentii in colpa solo per una frazione di secondo e volli che lo sapesse. Dopotutto molte cose erano accadute anche per causa sua e tramite suoi suggerimenti, pertanto la consideravo la mia donna, la mia compagna e la mia complice di tutto.
Parve accusare il colpo abbassando il capo e frapponendo fra noi due un’espressione triste e colpevole che smontò tutta la mia arringa. Vinto dal suo mesto silenzio la presi sottobraccio e l’accompagnai in quella postura per un tratto, a volte abbassando il capo e adagiandolo sulla sua spalla. Non ero comodo dato che misurava molti centimetri in meno, ma il gesto fu efficace e con un sorriso e con un braccio mi cinse la vita.
Il Celeberrimo Antoine ci condusse per una ventina di minuti attraverso case e pinete apparentemente deserte, ma sempre solcate da resti di piccoli accampamenti notturni visibilmente goderecci e lussuriosi. Giungemmo così ad un piccolo albergo sul mare, memoria forse di un periodo più florido e felice del luogo. Ci disse entusiasta che questo era l’unico albergo dell’isola e pertanto anche lui alloggiava nelle stesse sue stanze. Ci presentò ad un signore che parve essere il direttore, il cuoco, il facchino e tutto il resto del mansionario, perché non vedemmo altri nei paraggi per tutto il periodo. Se tutto questo pareva perlomeno strano, in compenso la nostra stanza era molto carina, con grosse travi in legno lavorate sul soffitto ed un bagno piastrellato dei colori del mare davvero molto pulito.
Il Celeberrimo Antoine ci salutò dandoci appuntamento per la cena e finalmente io e la mia Winnie potemmo restare soli in un luogo che poteva dirsi quasi casa.
Restai a guardarla mentre tentava di slacciarsi i legacci delle scarpe che nella foga delle camminate le si erano tutti annodati. Era molto carina, così semplice e solare, quasi ruspante nel suo stile di vita elementare. Era questo di lei che mi aveva sempre affascinato, perché non concepivo come queste semplici azioni vitali potessero bastare ad un essere umano. Tutti dovevano essere per forza contorti e lividi di rabbia dentro, come lo ero io. Serenità, calma, tranquillità non avevano posto nella mia vita e per questo non dovevano averlo nemmeno in quella degl’altri. Winnie era la prima persona che mi aveva avvicinato e nella quale avevo scoperto e soprattutto apprezzato queste caratteristiche. Adorabili in lei, piacevoli nel rivelarsi sempre nuove, nonostante la semplicità estrema. I tratti fisici erano quasi irrilevanti ad un certo punto. Se fosse stata sghemba, zoppa o con un occhio di vetro forse, e dico forse, non me ne sarei preoccupato.
Decisi che era il momento di intervenire. Mi inginocchiai come un paggio davanti a lei e un po’ alla volta riuscii a dipanare quell’incredibile matassa di nodi che erano il paio di lacci che portava alle scarpe di ginnastica. Una volta eseguita la delicata operazione alzai finalmente lo sguardo verso di lei. Winnie mi guardava sinceramente commossa e questo mi diede il via libera. Le fui sopra immediatamente. Cercai il sapore delle sue labbra ma la sua mano mi si parò davanti, tappandomi la bocca. Aprii gli occhi che tenevo romanticamente chiusi, ma non vidi l’espressione arrabbiata di lei che mi sarei aspettato. Ammiccava invece con l’occhio, quasi a volermi indicare qualche cosa sulla mia destra.
Mi voltai e rimansi stupefatto nel vedere il direttore, facchino e tutto il resto dell’albergo che si era chissà come materializzato nella nostra stanza. Per niente imbarazzato ci annunciò che al telefono una voce maschile chiedeva di noi.
Era tanta la meraviglia che non riuscii ad aprire bocca. Chi poteva sapere di noi e del nostro nascondiglio ? Chi poteva aver indovinato il nostro percorso, i nostri falsi nomi, il nostro stupido tentativo di sparire ?
Uscii in corridoio, la patta semiaperta e la faccia inebetita dalla notizia. Trovai il ricevitore appoggiato al bancone della piccol hall e molto, molto lentamente chiesi chi fosse.
Una voce quasi familiare si presentò metallica. Il dott. Randy era in agguato all’altro capo del telefono. Molto cortese mi chiese come stavo, ma non risposi. Capì il mio disappunto e la mia sorpresa e cercò riparo tranquillizzandomi sul modo in cui ci aveva scovato.
Durante la mia seduta sotto l’effetto dell’acido avevo parlato molto e molto avevo raccontato della mia vita e delle mie abitudini. Un vecchio dottore come lui, esperto in cervelli deviati, aveva registrato tutto e rivedendo e interpretando i miei gesti aveva colto l’essenza della mia vita. Fuggitivo, quasi paranoico della rapina, fobico nell’amare armi e traffici illeciti, attratto da una donna molto oltre le proprie possibilità, ero un caso troppo succulento per lasciarselo sfuggire. Seguendoci aveva indovinato le nostre intenzioni. Interrogando l’albergatore sulla costa aveva conosciuto i nostri spostamenti nel dettaglio e spiandoci al molo con il vecchio aveva scoperto anche gli ultimi segreti della mia vita.
Perciò non era poi così lontano dal nostro albergo il dottore. Sogghignai arrabbiato e il dott. Randy udì la mia ira via cavo.
Si scusò ed annunciò che voleva incontrarci per continuare la seduta; elargendomi una dovuta e cospicua somma per il disturbo ovviamente. Facendo i conti sugli zeri che aveva aggiunto alla prima cifra cedetti senza vergogna. Ci accordammo per incontraci il mattino successivo alla taverna dove avevamo trovato ristoro poche ore prima.

Tornai in camera calcolando quanto ci avrei potuto guadagnare e pensando ad una sottile vendetta per ricordare al dottore che non ero propriamente una cavia sulla quale lavorare. Winnie naturalmente aveva perso tutto lo slancio emotivo e non volle continuare l’approccio, nonostante le mie insistenti offerte di prestazioni più che favorevoli. Girati con le nuche a guardarsi torve, ci addormentammo all’istante.

Un rapido scalpiccio di pugni simili al galoppo sulla porta ci svegliarono all’unisono. Il Celeberrimo Antoine, tirato a lucido ci offriva cena e ampio giro notturno nei locali della baia. Assonnati ma molto più affamati, ci cambiammo in fretta e circondammo il nostro tavolo debordante di piatti e bottiglie. Mi avvinghiai sul cibo come se non avessi mangiato da settimane ed altrettanto feci con il vino che scorreva allegro come cascata giù per la mia gola.
Nel frattempo il nostro anfitrione ci osservava compiaciuto. Ci raccontò così della sua venuta sull’isola, vergine ancora di turismo e vacanzieri. Solo pochi abitanti, tutti pescatori che non avevano alcun interesse a veder sconvolta la loro semplice esistenza. Ma tutto doveva cambiare, lo sentiva nell’aria, lo sentiva nella terra pigiandoci l’orecchio, lo avvertiva nel fruscio della pineta che era stanca di tanto ozio. E fu così che il Celeberrimo Antoine aprì il primo locale notturno nella baia, chiamandolo “ L’Anita”, come il nome dell’unica donna che lo aveva veramente amato, sua nonna paterna. Bastò fare poca pubblicità sul continente perché le prime orde di bavosi ragazzini affamati di alcool, droghe e sesso sbarcassero sull’isola. La marea di clienti che attraccavano era molto più potente e veloce di qualsiasi altra marea quei miseri pescatori avessero mai visto arrivare. Allibiti e disorientati guardavano il porticciolo popolarsi di notte e esplodere di grida e schiamazzi fino al mattino, quando dell’esercito di ragazzi non rimanevano che mucchietti di sterpi fumanti, bottiglie vuote e preservativi usati ovunque.
L’Anita fu solo il primo di una lunga catena ininterrotta di locali notturni che si aprivano fianco a fianco, come villette a schiera e che come funghi crescevano praticamente nel giro di una sola notte. Una pioggia dorata li nutriva, uno spesso strato d’humus fatto di dollari sonanti li coccolava.
Scoprimmo così che il Celeberrimo Antoine era l’unico padrone di tutti quei locali strappadollari e che possedeva praticamente tutta quanta la baia e forse l’isola. Un desiderio di potere e magnificenza mi avvolse, forse amplificato dal troppo vino ingurgitato. Guardai ad Antoine come ad un modello e per alcuni minuti desiderai essere lui. Vidi in lui la gioia del successo e la caparbietà scintillare nelle sue pupille. Mi resi conto che la medesima luce non brillava nei miei occhi e la mia espressione da fallito tradiva una scarsa fiducia nelle proprie possibilità.
Poi ad un tratto carpii un fugace lampo che di soppiatto aveva fatto capolino nel suo sguardo. Il lato oscuro di tanta vita beata, il boccone amaro della solitudine e della monotonia, nonostante migliaia di persone frequentassero il suo territorio, la miseria di una giornata intera passata a guardare gli altri e a raccogliere le briciole delle loro feste.
Sorrisi soddisfatto e lui mi vide. Intuì il mio pensiero e cercò con gli occhi di dirmi qualche cosa che non capii. Abbandonò dunque il racconto e terminammo la cena in silenzio.

“L’ Anita”

Usciti dall’albergo trovammo ad accoglierci al parcheggio un vecchio motocarro solitario. Sebbene possedesse certamente molti soldi, il Celeberrimo Antoine preferiva questo vecchio rudere per spostarsi sull’isola piuttosto che ostentare opulenza acquistando macchine lussuose e che probabilmente avrebbero dato fastidiosamente nell’occhio.
In pochi minuti fummo lontani e il buio della pineta ci accolse. Winnie pareva disinteressarsi al paesaggio, intenta a costruirsi una sigaretta, cosa che non avevo mai visto farle fare prima. Una buca più grossa delle altre le fece scivolare il tabacco sulle ginocchia e imprecò come un vecchio scaricatore di porto. Mi voltai incredulo e Winnie vergognandosi si portò la mano alla bocca. Si scusò, ma era troppo tardi. Le chiesi spiegazioni e Winnie a sua parziale discolpa disse di aver mangiato e bevuto troppo; poi si voltò verso di me con quell’aria di sfida che le avevo già visto durante gli ultimi giorni e cercò la battaglia proprio dentro ad un vecchio motocarro arrugginito. Non potevo certo affrontarla con il Celeberrimo Antoine che non si perdeva un nostro movimento, così abbassai lo sguardo facendo finta di aver perso, ma con una mano le mollai un pizzicotto sulla coscia che avevo più a portata. Winnie non fiatò, sebbene avessi stretto parecchio la morsa. Solo un sibilò le uscì dalla bocca e il pugno fracassò quello che le era rimasto della sigaretta fatta a metà.
Con quest’aria per niente pacifica arrivammo al paese. Tutto pareva trasformato e quel ammasso di casupole sbiancate che avevamo attraversato nel pomeriggio era scomparso lasciando il posto ad una nuvola di insegne luminose che lampeggiavano, suonavano, scoppiavano ovunque. Locali prima quasi invisibili ora rigurgitavano suoni e colori e un popolo minorenne vagava eccitato per ogni angolo percorribile. Bottiglie di gin e birra passavano di mano in mano alternandosi a spinelli e acidi. Già piccoli accampamenti nascevano nel buio della pineta e i primi temerari si accoppiavano ai bordi delle luci colorate. Dimenticando la nostra piccola battaglia, Winnie ed io guardavamo sconvolti fuori dai finestrini appannati. Nessuno pareva accorgersi della nostra presenza ed il motocarro sfilava i vari gruppetti senza che qualcuno cercasse di fermarlo. Il Celeberrimo Antoine ci mandava occhiate soddisfatte ed in questa maniera celebrava il suo regno.
Scendemmo davanti al primo locale della lunga fila, quello che pareva essere il più vecchio ma anche il cervello pulsante di quel grosso serpentone colorato. Grosse lettere gialle e rosse lampeggianti ne componevano il nome: L’Anita. Entrammo e una barriera di fumo dolce ci bloccò. Antoine non parve farci caso ma sia io che Winnie cominciammo a lacrimare e forte e a tossire vistosamente. I ragazzini ci sfilavano infastiditi, questa volta consci della nostra presenza e per niente soddisfatti dell’ostacolo che frapponevamo fra loro e il delirio. Tappandoci la bocca con un fazzoletto entrammo e la musica assordante ci annunciò che la serata era appena iniziata.
Nessuno era carino là dentro. Non avresti mai potuto dire – ecco una bella ragazza – oppure – che bel tipo quello laggiù – tutti erano orrendi nelle loro maschere sudate e grondati trucco. Tutti avevano la stessa espressione ebete con la quale riuscivano, con un occhio a concentrarsi sul ballo, e con l’altro a verificare se la loro esibizione riscuoteva un qualche successo sull’altro sesso.
Cercammo il bancone per accaparrarci una birra ma fu impossibile raggiungerlo. Nuche e schiene sudate alzavano una barriera invalicabile. Con un gesto Winnie mi pregò di riportarla fuori e obbedii volentieri. L’aria affumicata del porto ci parve delicatissima e respirammo a pieni polmoni.
Stavo tentando di accendermi una sigaretta guardando Winnie che stava davanti a me quando vidi una mano comparire sopra la sua spalla. Si voltò spaventata e dietro a lei comparve un ragazzino magro e sudato che sorrideva spensierato. Cercò di dirle qualche cosa, ma non riuscendoci le si avvicinò alla faccia urlandole all’orecchio.
Orgogliosamente mi tenevo alla larga osservando la scena. Imbarazzato dalla giovane età di lui, non sapevo se farmi riconoscere e presentarmi oppure lasciar correre. Quando vidi che il ragazzino allungava le mani e che Winnie cercava in ogni modo di allontanarlo decisi che poteva bastare. Mentre facevo il primo passo una figura mi passò davanti tagliandomi la strada. Mi bloccai sorpreso e riconobbi la fisionomia del Celeberrimo Antoine che si frapponeva tra Winnie e il ragazzino.
Cominciò una discussione piuttosto animata durante la quale il ragazzino cominciò ad eccitarsi e a caricare le batterie per uno scontro. Evidentemente non conosceva il suo avversario, altrimenti non avrebbe certo tentato il colpaccio. Fu così che il ragazzino, gasato dalla situazione ed ebbro di alcool e chissà cos’altro sputò in faccia al Celeberrimo Antoine ed attese la sua reazione.
Il Celeberrimo Antoine decise che era troppo tardi per farsene una ragione e, aggrottando le sopraciglia, colpì il ragazzino sulla nuca stordendolo.
Questo tizio, che non avrà avuto più di vent’anni, sputò sangue e saliva e si accasciò al suolo. Non si mosse più per un bel pezzo tanto che pensai fosse morto davvero. L’avventato quanto stupido tentativo di provarci con la mia Winnie aveva provocato in lui una reazione tremenda. La difesa dei propri territori e l’istinto di sopravvivenza attecchivano in Antoine il celeberrimo come edera rampicante. I territori eravamo evidentemente io e Winnie, la sua sopravvivenza sull’isola dipendeva dalle sue reazioni ai tentativi dei ragazzini di prevaricarlo. Essere duro e crudele significava mandare un messaggio al popolo disorganizzato e bue.
Mi prese per mano come si farebbe con un ragazzino viziato e strattonandomi ci disse di seguirlo in fretta. Lasciammo l’accampamento pochi istanti prima che una dozzina di ragazzini inferociti scendessero in strada cercando i colpevoli del ferimento del loro compagno, ma non ci videro, tanto accecati dal fumo e dal gin da non distinguere le proprie ombre guizzanti fra i fuochi e le torce al profumo intenso di petrolio. Scalammo il breve pendio che conduceva alla strada asfaltata e ci infilammo nel motocarro del Celeberrimo Antoine.
Annaspando fra le buche e schivando gli animali notturni che attraversavano la carreggiata tentando un suicidio ad ogni metro percorso, raggiungemmo l’albergo in riva al mare.

Fu così che rientrammo in albergo, tornando dove poche ore prima eravamo partiti. Incapaci di non ripensarci parlammo un po’ dell’accaduto. Ci raccontò che a volte aveva dovuto intervenire di persona purificando l’ambiente e dando una sonora punizione a chi oltrepassava un certo limite. La sua persona non era molto conosciuta fra i giovani che cambiavamo spesso e che non ritornavano mai nello stesso locale per più di tre volte e pertanto non godeva di una immunità che altrimenti ci avrebbe risparmiato i guai della serata.

Fine di una notte

Ce ne stavamo ciondoloni sugli scogli, i più vicini all’acqua, bassi e levigati dalle onde; io e lui, da soli. Winnie era andata a letto già da un’ora abbondante. Mi aveva proposto una birra prima di coricarci ed io non avevo rifiutato. La rissa giù all’accampamento e la lunga fuga in motocarro mi avevano asciugato la bocca e desideravo un liquido fresco più di ogni altra cosa. Mi guidò lungo il sentiero buio e scosceso ed io lo seguii molto da vicino. Vedevo la sua nuca piegarsi ad ogni imperfezione del terreno e la linea dei suoi capelli farsi umida verso la fine, con piccole perline di sudore che si accendevano con la luna.
Stringevo al collo le due bottiglie di birra avvolgendomi le mani della loro fresca brina gelata. Una volta seduti riuscimmo ad aprirle facendo leva su di una pietra particolarmente appuntita e ce le scolammo avidamente.
Il Celeberrimo Antoine guardò il grigio-blu dell’acqua e poi si voltò deciso verso di me. Come fanno i cani quando si sentono osservati, tentavo di far finta di niente muovendo le pupille a destra e a sinistra molto rapidamente, ostentando un aria interessata a qualche cosa, ma tenendo sempre sott’occhio il mio vicino di scoglio. Ma lui ostinatamente teneva la posizione scrutandomi troppo da vicino perché qualche cosa non accadesse.
Sentii tardi la sua faccia contro la mia per poter reagire e fu così che il Celeberrimo Antoine mi diede un grosso bacio sulla guancia, di quelli con lo schiocco. Mi voltai bruscamente colpendolo con il dorso della mano. Colto di sorpresa tanto quanto me, finì con la testa all’indietro affondando nella sabbia bagnata che circondava quella grossa pietra. Da laggiù ,senza alzarsi, mi recitò quella che suppongo fosse una poesia a me dedicata:

Tanto sicuro,
proprio come un mattino
che per forza deve venire,
tanto osceno e così placido,
ti nascondi a quanti invocano il tuo nome.
Potresti essere chiunque…
potresti avere tutti,
ma non vuoi nessuno
perché nessuno è come te.

Poi, molto lentamente, si alzò ripulendosi dalla sabbia che però rimaneva incollata dall’acqua sui suoi vestiti, sui suoi capelli, sulla sua nuca e si girò per tornare sui suoi passi. Non andare gli dissi, meravigliandomi di quanto stavo facendo e il Celeberrimo Antoine, sentendomi si immobilizzò. Cercai con uno sforzo sovrumano di far riaprire la bocca e rimettere in moto le corde vocali, ma tutto fu inutile. Così, dopo aver atteso senza mai girarsi, questo signore dal taglio vagamente sudamericano riprese a camminare e sparì nell’ombra della pineta.
Come un buffo pesce me ne stavo boccheggiante sullo scoglio, grosso leone marino tanto impacciato nei movimenti quanto nelle parole. Inutili i miei tentativi di immaginare un finale diverso per quel momento, che mi aveva a modo suo terrorizzato più della rissa con quei ragazzini sballati.

Nuova terapia

Il dottor Randy sorrideva beato, con i bermuda ridicoli che lasciavano intravedere un paio di ginocchia ossute e stinchi pelosissimi. Aprì le braccia nel momento in cui ci vide entrare emanando cordialità sincera e proprio per questo schifosamente sospetta. Gli porsi la mano e non accennai altro saluto che questo ed altrettanto fece Winnie. Con il passare dei giorni era diventata molto più attenta ai dettagli ed alle circostanze di me. Forse influenzata dal mio odioso carattere, aveva iniziato a diffidare di tutto e tutti. Niente pareva soddisfarla fino in fondo, niente pareva essere perfettamente in linea con i suoi desideri; da vera fuggiasca costruiva prima di tutto una barricata fra lei e il mondo che tentava un approccio.
Ci sedemmo tutti e tre al tavolo ordinando una colazione casuale visto che niente pareva essere pronto in quella specie di osteria. Ci portarono ostriche e latte caldo, pane nero e marmellata di castagne. Guardammo quelle pietanze scombinate farsi la guerra tra loro, interrogandosi l’una con l’altra sul perché di tanto accostamento e le lasciammo così come ce le avevano portate.
Del Celeberrimo Antoine nessuna traccia ed io non ne feci parola con il dottor Randy. Quello che nominai invece fu il compenso promessomi e quando il dottore mi presentò uno splendido mattoncino fatto di dollari accatastati cominciai a rilassarmi.
Iniziò così il lungo monologo del dottore che, invece di interrogare, esponeva una serie di teorie cercandone conferma nei nostri sguardi piuttosto smarriti. Ci raccontò di come, dopo la nostra partenza, avesse sentito il bisogno di continuare la mia esplorazione cerebrale tanto da scendere in fretta e seguirci tenendosi a distanza. Sapeva dei miei precedenti, la televisione aggiornava giornalmente i progressi dei poliziotti e per questo aveva una certa fretta. Era certo che prima o poi sarei stato catturato e che quindi da quel momento non avrebbe più potuto avermi a disposizione. Orgogliosamente mi infuriai chiamandolo uccello del malaugurio e dandomi una sonora toccata nei punti nevralgici che allontanano il malocchio. Dopotutto, gli dissi, ero un professionista e sapevo cavarmela nelle peggiori situazioni.
Il dottor Randy sorrise e vigliaccamente mi ricordò l’assalto fallito alla tabaccheria, con una cassa vuota andata in briciole, due complici morti stecchiti ed un bottino pari a zero dollari. Insistette sugli anni passati in prigione e definì la mia dolce Winnie semplicemente un angelo salvatore con tanta, tanta pazienza. Uomini come il sottoscritto non potevano certo aver salva l’anima fuggendo a quel modo e non avrebbero sicuramente ottenuto giovamento da soggiorni in gattabuie sovraffollate di ladri e spacciatori.
Ai malati come me occorrevano medicine efficaci, terapie intensive, sperimentazioni coraggiose, viaggi psichedelici per sconvolgere i neuroni difettosi e correggere le deviazioni della corteccia cerebrale. Alla gente della mia specie occorreva un uomo che conoscesse una tecnica avanzata fatta di ricette e chimica, alla gente della mia specie occorreva il dottor Randy.
Siccome il vile denaro mi aveva bendisposto nei suoi confronti gli chiesi cosa avesse in mente. Era molto semplice, continuò il dottore, dovevo solo assumere un paio di sostanze sperimentali che avrebbero permesso di liberare il cervello dalle prime barriere protettive, superate le quali il dottore sarebbe stato in grado di intrufolarsi nei miei pensieri e nei miei ricordi per dipanare quel groviglio di esperienze che mi avevano portato fino a quel punto, arrivando al cuore del problema. Una volta trovata l’origine delle mie deviazioni aveva con sé una batteria di sostanze da lui prodotte tutte da verificare, ma che secondo lui avrebbero appianato le buche ed i bozzi del mio cervello, rendendomi normale.
Risi sornione. L’approccio del dottore mi era piaciuto. La frase “arrivare al cuore del problema” passando dal cervello mi aveva colpito. Evidentemente ero più stupido di quanto pensassi e Winnie lo sospettò. Mi guardò meravigliata e poi mi chiese se ero proprio così pazzo. Come poteva sembrarmi divertente prendere sostanze chimiche chissà da cosa composte solo per soddisfare le morbosità di un dottore che probabilmente era più matto di noi due messi assieme; come potevo essere così idiota da lasciare che qualcuno abusasse del mio corpo per farne un laboratorio chimico; come potevo rischiare la schizofrenia con tanta serenità e semplicità.
Sbatteva gli occhi tanto carinamente che mi sciolsi come margarina dentro una padella incandescente. Così ci misi tutto il mio impegno e ci pensai veramente prima di rispondere ancora al dottor Randy.
Ripensai all’incubo che avevo avuto durante la seduta nel suo studio e la vecchina dello zucchero filato mi tornò in mente violenta come se fosse lì accanto me. Ripensai allo sparo e a me che disteso a terra mi facevo frugare dai ragazzini di strada.
Chiusi gli occhi ripercorrendo fotogramma per fotogramma tutta la scena. Allora mi accorsi di un’ombra che se ne stava in disparte, appena dietro i ragazzini e che allora, nello studio del dottor Randy, non avevo notato. Una figura velata, vaporosa e poco visibile, ma che adesso distinguevo quasi nei dettagli. Era chiaramente il dottore che, appoggiato con le spalle al muro, osservava tutta la scena. Come poteva essere nel mio incubo ? Come poteva far parte di un ricordo del tutto personale ?
Spalancai gli occhi di scatto. Sudavo copiosamente. Il dottor Randy mi guardava soddisfatto. Avevo capito il suo metodo, potevo riprendere la cura ed essere guidato da lui stesso all’interno dei miei viaggi cerebrali. Erano sostanze sperimentali, insistette, da collaudare su pazienti particolari e precisi, quale ero io. Mi pregò di accettare la sfida che mi avrebbe condotto probabilmente alla salvezza ed in modo, aggiunse, decisamente lucroso.
Guardai le mani di Winnie; tremavano nervose stuzzicando un pezzo di pane nero. La partita tra noi due non era ancora chiusa. Il piccolo contenzioso doveva essere ancora risolto e bisognava che dessi prova del mio coraggio davanti a lei. Questa era l’occasione propizia.
Fu così che feci quello che feci e che soprattutto dissi quello che dissi più per ripicca nei confronti della mia donna che per una voglia personale. Avrei goduto nel vedere sconfitta la mia Winnie che, impotente, avrebbe solamente potuto assistere alla cerimonia.
Riempii i polmoni e annunciai al dottor Randy che accettavo. Entusiasta ci prese per mano e fummo subito sulla spiaggia. Non c’era motivo di aspettare, disse, la cura poteva essere somministrata ovunque. Aprì dunque un astuccio nero che conteneva una serie di pillole di vario colore e dimensione. Almeno questa volta non c’erano aghi da infilarmi, pensai, e deglutii amaramente.
Il dottor Randy mi porse una piccola pastiglia celeste dalla forma cilindrica. Non ci pensai due volte e inghiottendola feci una finta smorfia di dolore. Winnie sibilò spaventata, ma io, che non aspettavo altro, le sorrisi spavaldo e lei, a ragione, mi maledisse tirandomi ancora una volta la sabbia sulla faccia.
Nell’attimo in cui mi coprivo le mani con gli occhi per parare il colpo la pillola fece effetto. Affondai in avanti, verso le onde e il naso sprofondò nella fanghiglia mista a conchiglie.

Lo sciabordio della risacca c’era ancora, lo sentivo prepotente farsi largo fra gli altri rumori e voci che pian piano andavano scomparendo. Quel suono invece, del mare che sbrodola sulla terraferma sempre più avanti e sempre più feroce, aumentava fino a diventare quasi insopportabile. Quello che fin da subito mi parve chiaro fu che non era lo stesso mare che, brillante di luce mattutina, osservavo pochi attimi prima in compagnia del dottore e di Winnie. Tutto ora era molto più buio e umido, con la sabbia che si era fatta ghiaia sotto i miei piedi e con la luce che calava invece che aumentare. L’acqua scura lambiva grosse rocce grigie ai piedi delle quali me ne stavo seduto appoggiandoci la schiena. Una voce accanto a me parlò piano, sottovoce, con un tono lento e preoccupato. Parlò molto prima che avessi il coraggio di girare la faccia e guardare il mio compagno di viaggio.
Quando trovai la forza per farlo scoprii che non era il dottor Randy a parlarmi come avevo immaginato. Un ragazzone alto e spigoloso, con un cappotto scuro ed un berretto di lana nero se ne stava accucciato accanto a me, lo sguardo perso chissà dove e le mani ben nascoste in tasca.
Che diavoleria, mi disse, e i suoi occhi brillarono in un botto di luce selvaggia. Madre natura aveva mandato in scena questa caccia selvaggia solo per noi due, continuò; avevamo assistito ad una lotta crudele ma giusta, laddove non esisteva cattiveria e crudeltà come capita agli uomini, ma solo sopravvivenza e rigide regole animali. Mi chiese se mi sentivo eccitato come lo era lui.
Mi venne un colpo perché riconobbi in noi quei fratelli di sangue che molti anni prima, su al nord, avevano assistito stupefatti e impotenti ad un pasto feroce di un’orca e ad un sacrificio dolcissimo e semplice di una piccola foca.
Cercai particolari per rafforzare la mia teoria e vidi lontana, al largo, la nave che ci aveva condotti lontano verso nord e scorsi verso l’interno le pallide luci delle poche case aggrappate al terreno freddo e inconsistente.
Un viaggio psichedelico fra tempo e corpi. Ora io ero quello che un tempo era stato il vecchio seduto al molo. Avevo l’opportunità di rivivere tutto quanto, di completare il suo racconto interrotto dal rimpianto, di spiare incolpevole tutto quello che forse era realmente accaduto quel giorno e che non era stato raccontato una mattina, sul molo, a due estranei che per caso erano passati da quelle parti.
Il giovane mi toccò un gomito delicatamente. Lo guardai bene e lo trovai molto bello nei lineamenti. Una scarsa barba ispida lo rendeva più duro, ma negli occhi brillava una tenerezza mentre mi guardava ora silenzioso in attesa che io finalmente parlassi. Presi fiato senza sapere bene cosa avrei potuto dire e mi lasciai andare a quell’opportunità unica che mi era stata data.
Fratello, gli dissi, non ci sono storie da raccontare senza che prima uno di noi le abbia potute vivere davvero. Ora noi abbiamo avuto la nostra storia e questo sarà quello che un giorno tu ed io racconteremo ai nostri figli.
Imparai su banchi di sabbia, diremo loro, che la storia comincia dal fondo, dal basso e sabbioso ventre sopra il quale ogni cosa galleggia. Tutti noi siamo come tronchi alla deriva che affondano e risalgono senza tregua nel mare che non possiamo vedere. Grossi cavalloni spumeggianti stanno in agguato dietro ogni spiaggia e in ogni momento possono gonfiarsi e prenderci alle spalle e un’orca affamata ghermirci alle spalle.
Tu ed io, gli dissi, come piccole foche, ce ne staremo sulle sponde di ogni mare a guardare quanto accade agli altri e forse un giorno uno di noi due sarà divorato dal predatore più grosso.
Vorrei essere io, mi disse, vorrei che prendesse me se tutto questo dovesse per forza accadere.
La luce cadde definitivamente oltre la linea dell’orizzonte e il buio avvolse d’umido e freddo quel posto. Eravamo tristi certo, ma l’adrenalina del momento che avevamo vissuto e che io non ricordavo se non dal racconto del vecchio ci teneva a galla.
Ci alzammo spaesati. Un tuffo sordo nel mare ci arrivò improvviso. L’orca stanca del gioco aveva finalmente consumato il suo pasto ed ora tornava al largo in attesa di nuove prede.
Traballanti e tenendoci per mano come ragazzini ci addentrammo verso l’interno in cerca di quella taverna che doveva per forza trovarsi laddove brillavano le pallide luci delle baracche. La ghiaia bagnata scivolava sotto i nostri stivali e la brezza fredda si trasformava rapidamente in vento gelido. Arrivammo alla taverna nell’attimo in cui un violento temporale sganciava le prime grosse gocce contro quei luoghi.
La pallida luce esterna era la stessa che dentro illuminava un piccolo banco di legno scuro e due tavoli vecchi quanto il mondo. Un uomo ed una donna parlavano sottovoce fra loro e quando ci videro entrare la loro curiosità li fece voltare verso di noi e seguire ogni nostro più piccolo movimento fino al momento i cui ci accomodammo.
Vennero da noi e senza essere invitati si sedettero. Mio fratello di sangue mi cercò con lo sguardo e dovette trovare in me qualche cosa di diverso perché tenne gli occhi incollati ai miei, come se sospettasse che qualcun altro in quel momento abitasse nello stesso corpo e nella stessa testa del suo compagno. Intravide forse per un secondo la mia vera faccia osservarlo curiosa, ma certamente non capì quanto stava accadendo.
Moglie e marito, ci dissero i due, vivevano in quei luoghi da lunghi anni e perciò erano felici di vedere facce nuove farsi strada tra le intemperie per venire nella loro taverna. Pochi marinai, incattiviti dalla salsedine si fermavano raramente per ristorarsi, ma quel che trovavano spesso li deludeva ed il desiderio di donne e più alcool li riportava via dopo poco.
Sembravamo tipi a posto, ci dissero, nemmeno tanto lupi di mare come tutti quelli che sbarcavano e perciò avevano piacere di poter conversare un po’ con noi.
Li invitammo a rimanere e iniziò così una lunga conversazione durante la quale parlai strano e riferendomi a persone o fatti che in realtà, nella mia realtà, non avevo mai conosciuto ma che ora sembravano essere fedeli a tutto quello che la mia bocca poteva pronunciare. Seppure mi sentivo ancora un giovane fuggiasco sotto l’effetto di un acido molto forte, esteriormente apparivo come un marinaio di vent’anni che, in compagnia del fratello di sangue, era sbarcato su al nord in cerca di chissà che cosa.

L’attesa, ci disse l’uomo, voi non sapete cos’è. Sapete cosa significa aspettare ore, giorni, settimane, mesi ed infine anni qualche cosa che non arriverà mai ? Sapete cosa significa esserne coscienti ? I luoghi sono bizzarri se visti attraverso questa lente deformante. La bellezza del paesaggio, ad esempio, seppur splendida nel momento in cui viene scoperta e viene vissuta, diventa tiranna, arrogante e cattiva dopo averla assorbita per lunghi e lunghi anni. Interminabili inverni, noiose primavere e troppo brevi estati senza che niente cambi sono logoranti più di un viaggio nel deserto senz’acqua.
La donna si scostò i lunghi capelli dal viso e bevve del suo vino. Non ci siamo mai allontanati, cominciò triste, non perché non potessimo farlo, ma perché sapevamo che la nostra vita era tutta qui, rinchiusa in questo recinto di mare e rocce fredde spazzate dal vento. La coscienza che oltre queste sponde c’erano mondi paralleli, moderni, umanizzati e ricolmi di altre strade ci attirava in ogni momento terrorizzandoci. Una volta mio marito costruì una barca perché aveva deciso che ce ne saremmo andati lontano, verso sud, verso le capitali del mondo.
Rimanemmo una giornata intera a contemplare quella barca e a fantasticare su quello che saremmo diventati. Poi, presi dallo sconforto e dalla paura la bruciammo senza mai salirci.

Gli chiesi se volessero partire con noi, c’era posto per tutti e due sulla nave se solo il capitano fosse stato consenziente. Avrebbero potuto farlo veramente quel viaggio ed infine scoprire se veramente il loro destino si fermava lì.

Mi guardarono sconsolati. Non erano in grado di farlo. Una specie di legaccio li tratteneva saldamente alla loro misera taverna. Un legaccio fatto di anni monotoni e di gesti rituali ripetuti infinite volte. Sarebbero dunque morti se avessero fatto solamente un passo fuori dal loro territorio.
Si alzarono e scusandosi se ne andarono.
Vedi, mi disse mio fratello, sono come noi. Non possiamo separaci perché altrimenti moriremmo; siamo fratelli di sangue e loro sono figli di sangue, legati alla loro terra per sempre. Non ci saremmo mai divisi, mi disse, in un giuramento sacro fonderemo i nostri destini incrociati.
Si alzò e recuperando un tizzone dal fuoco che ardeva nel camino si avvicinò al tavolo. Con il suo coltello a serramanico incise il palmo della mano ed altrettanto fece con il mio. Con il fuoco fuse il mio ed il suo sangue e il dolore arrivò da lontano. Da quelle lande sperdute, da anni passati, da giorni tanto remoti da essere dimenticati, quel dolore giunse sino alle mie carni, attraversando i miei tendini fino alla mano presente e viva.

Mi destai con un grido e sudando copiosamente. Capelli e guance erano umidi e appiccicaticci di sabbia e piccole alghe marine. Provavo un certo fastidio al sentirle addosso e non davano alcun refrigerio sebbene sotto il sole di mezza mattina qualche cosa di fresco e bagnato sulla pelle fosse l’ideale.
Ma il disturbo più grande lo provai aprendo gli occhi e guardandomi attorno. Non so perché, ma fui imbarazzato nel vedere la mia Winnie, il dottor Randy e finalmente il Celeberrimo Antoine riuniti assieme che guardavano a me come ad un morto risorto.
Non sorrisi affatto. Anzi, non sorrisi più per il resto dei miei giorni, posso ben dire. Dietro a loro, attendevano pazienti una dozzina di poliziotti armati di tutto punto che aspettavano solo il sottoscritto per andarsene finalmente all’ombra della pineta poco distante. Cercai conferme e risposte nelle facce della mia donna e dei miei compagni ma quello che vidi fu solo terrore dipinto su quella di Winnie, soddisfazione su quella del dottore e vile tradimento su quella del Celeberrimo Antoine e perciò mi soffermai a lungo su quest’ultima, incapace di aprire bocca.
Fu lui a parlare per primo. Novello Giuda Iscariota, aveva sentito di me e delle mie peripezie sul continente. Aveva sentito di una taglia, non grossa ma decisamente allettante, aveva capito che potevo essere una nuova fonte di guadagno. Gli anni sarebbero passati veloci, aggiunse, e i giovani avrebbero potuto presto perdere interesse nei suoi locali tanto velocemente quanto lo avevano trovato. I soldi non sarebbero stati sufficienti per vivere di rendita e quindi introiti laterali e paralleli erano sempre una buona cosa.
In realtà io e Winnie non eravamo, secondo lui, persone degne di una certa stima e quindi il peccato del tradimento sarebbe presto passato in secondo piano nella sua mente; velocemente archiviato sotto molti altri peccati minori commessi nell’arco di una vita. Trovare il dottor Randy sull’isola, accordarsi con lui per l’imboscata era stato più semplice che cucinare un uovo in camicia.
Ah, l’ira funesta e giustiziera che io invocavo in quel momento tardava a farsi sentire. Seppure furioso con il Celeberrimo Antoine per avermi preparato questa trappola degna di un topo, esteriormente non davo segni di cedimento. Mantenevo un silenzio assordante, mentre dentro urlavo di dolore e rabbia.
Infine e finalmente scattai come una molla. La sorpresa albeggiò sulle facce di tutti, poliziotti compresi che non tentarono nemmeno di premere il grilletto per paura di colpire la persona sbagliata.
Rotolavamo che saremmo potuti essere due ragazzini intenti a giocare, ma il Celeberrimo Antoine non se l’aspettava davvero questa mia sortita. Non ero forte, ma decisamente infuriato e questo mi dava un grosso vantaggio. Riuscii ad essere sopra di lui quel tanto che bastò per imprimere forza alle ginocchia e scaricarne tutto il peso sul suo stomaco. Sibilò di dolore, facendo uscire tutta l’aria che aveva in corpo e rimase inerme aspettando di ricaricare il polmoni. Non ne ebbe il tempo perché fui bene attento a tappargli la bocca con tutte le alghe che trovai lì vicino, tenendogli contemporaneamente il naso chiuso. Fu paonazzo in un secondo e livido di soffocamento. Non avevo mai ucciso e questa era l’occasione buona, mi dissi convinto.
Ma no, anche stavolta i miei piani furono distrutti proprio dalla serpe in seno che tanto amavo e covavo nel mio letto. Con una poderosa spinta Winnie mi scaraventò di lato, in acque basse ma ondose, liberando il Celeberrimo Antoine dalla mia morsa. Così, mentre tutti erano intenti a liberare la mia vittima dagli impacchi di alghe che gli avevo pigiato dentro, riuscii a nuotare per un tratto verso il largo. Le onde che aumentavano di ritmo e volume e il vento che si faceva forte mi aiutarono a schivare le pallottole che cominciarono a piovere pochi secondi più tardi.
Nuotavo a caso, verso niente in particolare, senza alzare la testa e senza cercare un posto per riposare. Avvertivo solamente che il fondale si allontanava abbassandosi sempre più velocemente e presto mi ritrovai in acque particolarmente profonde.
Gli altri ora, salvato il traditore, salivano su una piccola imbarcazione, i poliziotti dietro a remare, il dottor Randy e Winnie davanti a perlustrare.
Continuando a mollare bracciate poderose non badavo agli inseguitori che mi avevano presto individuato sebbene fosse difficile raggiungermi visto il mare mosso e mai immobile. Il vento sembrava aiutarmi rendendo particolarmente difficile governare una piccola barchetta rigurgitante di persone ignoranti nell’uso di un timone e di un paio di remi.
Presi una certa distanza e finalmente tirai fiato per vedere dove fossi finito.
La terraferma era lontana, a volte visibile a volte invisibile nascosta dalle onde alte e brumose. La barchetta viaggiava incostante, tanto da non sembrare diretta verso di me e perciò mi trattenni per un po’ in quella posizione.
Qualche cosa di duro e grosso mi sfiorò i piedi. Guardai in basso solo per scorgere una figura scura e a forma di siluro che nuotava sotto di me. Ghiaccioli di paura e panico mi riempirono le vene e mi agitai invitando così lo squalo ad attaccare. Avvertì sicuramente la mia paura perché voltò decisamente direzione tornando subito verso di me. Da abile nuotatore quale ero, mi sentivo ora un perfetto imbecille incapace di restare a galla. Andai sotto con la testa ed aprii gli occhi incosciente. Il grosso muso dello squalo era a non più di due metri da me e già apriva la bocca per tentare un primo approccio. Allungai le mani a caso e forse spaventato da questa mia prima reazione fece marcia indietro.
Tornai in superficie e sputai mezzo soffocato.
Ora la barca era molto più vicina e potevo sentire le grida di Winnie farsi comprensibili nel vento forte. Anche lei aveva visto la pinna caudale e anche lei aveva ora il corpo ripieno di paura come me. Ma lei era su una barca, io no.
Risi per non piangere e alzai le mani cercando aiuto, preferendo l’arresto e la galera alle fauci di un grosso e cattivissimo animale.
Non bastò certo per convincere lo squalo che non ero buono da mangiare. Un altro botto sui piedi e poi un dolore forte mi aggredirono in basso. Un calore inaspettato e un tepore dolce mi avvolsero le gambe. Osai guardare in basso ma tutto era nebuloso e rosso cupo. Se la fitta che avevo sentito era scomparsa ora avvertivo una spossatezza che stava lentamente ma inesorabilmente crescendo dalle cosce verso la cintola e poi sempre più in alto, facendomi muovere le braccia sempre più lentamente ed altrettanto piano facendomi affondare.
Andai a fondo strattonato da sotto. Oramai ero sott’acqua e lì sarei rimasto, me ne resi subito conto, perciò spalancai gli occhi e guardai oltre il pelo dell’acqua.
Attraversai con lo sguardo quello specchio fluido che era il mare in quel momento, per quanto limpido e cristallino deformava la realtà vista da sottacqua.
Mentre dal basso venivo a poco a poco consumato dalle fauci taglienti senza provare dolore a causa della paura che mi scorreva nelle vene sostituendosi al sangue e pulsando dove un tempo appena passato viveva carne e muscolo, scorgevo in alto, oltre la linea d’acqua, le facce di Winnie e degli altri, allungate, plasmate dal diverso andamento dell’onda, ora breve, ora lungo, che le rendeva maschere parlanti, di una voce però ovattata e distante, per me incomprensibile.
Poi guardai verso il sole, una luce intensa ma visibile ad occhio nudo. Un riflettore su quanto stava accadendo, forse perché smorzato dal taglio obliquo dell’ora, piacevolmente osservabile da sottacqua.
Con uno strappo lo squalo mi portò più in basso e tutto fu subito più distante e difficilmente riuscii a distinguere Winnie che cercava il tuffo e due braccia che glielo impedivano.
Ad un tratto rimasi solo, con quello che restava di me, qualche cosa in più oltre la cintura, ma non molto. Eppure ero ancora lucido.
L’animale percorse un ampio arco subacqueo, lento e costante, per incrociare la sua preda frontalmente e saggiarne forse la parte migliore.

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