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racconto di Renzo Brollo
Karlo aveva un figlio. Un figlio vero. Non come quelli fatti con composti vegetali e fibre plastiche che si usano adesso. Il suo era originale, generato da individui naturali. Anche lui con un cuore pulsante, un cervello pensante. Nato da un autentico utero materno, con dolore e sorpresa, fatto di carne e sangue, ossa, denti, capelli veri da tagliare ogni due mesi. Niente Smart card da inserire in fessure vaginali o spinotti elettro-rettali. Niente libretti di manutenzione o schede audio da sostituire. Così quando Karlo seppe che era stato eliminato proprio come un rifiuto speciale, riciclato e ritrasformato in composto batterico per la conservazione degli alimenti, è chiaro che abbracciasse la collera come fosse un vecchio amico da tempo scomparso e ora ritrovato. La vide arrivare e la sentì penetrarlo, la venerò e l’accettò come una vocazione. Karlo aveva cani, macchine, attrezzi da giardino, vecchi mobili, molti amici e molte armi. Armi che non erano mai servite a niente, se non a guardarlo in faccia, tutte con quell’unico occhio grigio scuro, quell’impugnatura poco accogliente e insicura, tutte indistintamente ma piacevolmente silenziose e fredde, come morte. Non aveva mai pensato a loro come a degli strumenti, alla possibilità di utilizzarle veramente. Rimanevano così presenti, ma lontane nella grande scaffalatura al terzo piano. Ora quasi inciampandoci addosso, quasi fossero accorse ad un richiamo, se le ritrovò davanti, spianate. Il giorno precedente alla scomparsa del suo vero figlio, Karlo stava ascoltando la radio. Si discuteva di comuni accordi per disintossicare le bestie dalle scorie di asfalto e catrame che le ricoprivano da dentro, infestandone la carne. Si proponevano entusiasticamente nuovi prodotti chimici, che evidenziavano come gli asfalti e i catrami diventassero di un delizioso colore rosa una volta sciolti ed espulsi per via fecale dalle bestie. La percentuale di guadagni era elevatissima e tutto ciò diffondeva amore e ottime prospettive via etere. Karlo aveva spento la radio con un movimento nervoso e potente, mai sperimentato prima, che lo aveva sorpreso e spaventato. Lui, che andava orgoglioso della sua scelta di avere un figlio da un procedimento naturale, accettandone tutti i rischi e contro tutte le peggiori previsioni che il Centro di Sviluppo e Riproduzione gli aveva mandato pochi mesi prima del concepimento e che lui aveva subito bruciato, si sentiva frustato da queste speculazioni. Boicottando l’invito del governo ad acquistare una coppia di individui già confezionati e testati, aveva dichiarato apertamente il suo sgradevole comportamento. Da tempo era anche tenuto d’occhio dalla Guardia di Quartiere, che lo aveva minacciato più volte. Ecco perché aveva acquistato le armi, nascondendosele alla vista però subito dopo il più lontano possibile. Ma ora era tutto così diverso. Le paure che fino a ieri erano solo tali, oggi lo avevano sconfitto. E lui si arrese a loro senza opporre resistenza. Per la legge della compensazione qualche cosa gli era stato tolto, lasciandogli in cambio un groviglio di arido disprezzo e implacabile odio per ogni individuo a due gambe. Uscì di casa con le sue nuove amiche di ferro e fuoco, le prese sottobraccio, una ad una e chiunque incrociasse per strada era invitato a fare la loro conoscenza. E rideva e piangeva mentre stringendole per mano le faceva cantare all’unisono. Poi, più forte degli spari si levò il rumore del terrore che aveva scatenato e che presto si diffuse in tutto l’isolato. Venne la sera e con essa tutte le Guardie di Quartiere. Il ritmo delle fucilate in levare che gli piombavano addosso, gli ricordò una canzone di Chet Baker sentita molto tempo prima e cadendo all’indietro osò schioccare a tempo le dita, accompagnando le pallottole alla meta. Fu l’unico, per quanto riportino gli annali di quartiere e tutti i registri statali, che rideva e piangeva mentre veniva eliminato, riciclato e alla fine ritrasformato in un composto batterico per la conservazione degli alimenti. Ecco quel che successe un giorno a karlo.
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