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Un solo momento magico - parte 2

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categoria:
» Rosso 


inserita da:
sandor fankowsky email di sandor fankowsky
pubblicazione: 05/01/2004


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racconto di Sandor Fankowsky

....

Entrò in casa, accese lo stereo e fece partire il bolero di Ravel. Gli sembrava adatto. Era molto teso: forse tutta quella storia era uno scherzo. Forse Giada mi ha preso per il culo, pensò. Forse i suoi amici ci hanno seguito e fra poco suoneranno alla porta. Nel caso li ammazzo. Non suonò nessuno. Giada si avvicinò allo stereo, alzò il volume, levò le scarpe e cominciò a ballare. Poi gli parlò, gridando, per superare il volume della musica. I vicini si sarebbero lamentati, ma chi se ne frega.

CARINO QUI
EH?
HO DETTO: CARINO QUI

Sante si guardò intorno. Vide i mobili di seconda mano, roba da poco, il vecchio televisore. Disordine. Squallore.

DAVVERO TI PIACE?
MH MH

Boh.

LEVATI LE SCARPE! BALLIAMO!
NON SONO BRAVO A BALLARE
VIENI QUI! TI INSEGNO IO!

Si levò le scarpe. Lei lo attirò a sé e incollò il ventre al suo. Il suo membro era duro come un sasso.

MI PARE CHE HAI UN BEL CAZZO!
ACH… SSSSSSH… SI SENTE TUTTO… LE PARETI SONO DI CARTAVELINA…

CHE TI FREGA, AMORE MIO!? LO DEVONO SAPERE TUTTI CHE HAI UN UCCELLO STUPENDO!

Stupendo?

ANZI, SAI CHE FACCIO?

Giada lo prese per un braccio e lo trascinò in camera da letto. Con mossa fulminea gli slacciò la lampo, estrasse il suo uccello e cominciò a leccarlo. Lentamente, partendo dai lati. Sante si sentì morire. Sarebbe stata una morte fantastica.

“Che bello!”, squittì lei. “Uno dei più bei cazzi che abbia mai visto!”.
“Ehm… Davvero?”.
“Sì”, continuò Giada. Lo prese con due dita. “Guarda qui: è perfetto. Ben proporzionato. Dritto dritto. E timido come il suo padrone”.

Veramente è lui il padrone, pensò Sante. Ma in fondo chi se ne frega? Le labbra di Giada si posarono sulla cappella. La sua lingua cominciò a lavorarlo con sapienza. Oh, Dio. ODDIOOOO! Oh-oh-oh-oh

“Ti piace?”.
“Quack”, uscì dalle labbra di Sante. Quack?
“Ehi, lasciati andare. Sei troppo teso”.
“Scusa…”.
“Piantala di scusarti. Spogliami, piuttosto”.
“Spogliarti?”.
“Vuoi che faccia da me? Ti piacciono gli spettacolini?”.

E che ne so?, pensò Sante.
Lei lo rovesciò sul letto, si mise in piedi sopra di lui e cominciò a dimenarsi. Fece cadere gli abiti a uno a uno, indugiò sul reggiseno, sfilò le mutandine. Il suo corpo perfetto lo colpì come una sassata. Un lampo. Una scarica elettrica. Mai visto niente di simile, nemmeno in tivù. Che tette! E che passera! E che cosce! E…

Lei si sedette sul suo petto.

“Ora tu mi lecchi”, disse.

La sua voce aveva un che di selvaggio. Allargò le cosce e gli appoggiò la passera sulle labbra. Lui cominciò a leccare come un forsennato.

BRAVO, AMORE… COSÌ… TU NON SAI COSA SO FARE… TI FARÒ IMPAZZIREEEE…

***

Tre giorni dopo, alle sei e un quarto del mattino, Giada lo svegliò.

“Ehi, pigrone! Diamoci da fare!”.
“ANCORA? Ma…”.
“E dai… non ti piaccio già più?”.

Un solo momento magico, Sante. Ricorda: o lo prendi al volo, oppure… Le cinse i fianchi. Le succhiò i seni. Da tre giorni non facevano altro. Da tre giorni Sante non si presentava al lavoro, non si era nemmeno preoccupato di avvisare. In preda a un’euforia sconosciuta, aveva persino staccato il telefono. Quando si era presentato il medico per la visita fiscale, Sante non gli aveva aperto. Chi se ne frega. Lavoro di merda. Chi se ne frega. Sua madre l’aveva cercato sul cellulare: Sante non aveva risposto. Tutto il suo mondo, i suoi desideri, il suo passato e il suo futuro si erano dissolti. C’era solo Giada, il suo culo strepitoso, i suoi giochi erotici. Quella donna faceva cose che lui non si era mai nemmeno immaginato. Ogni volta inventava qualcosa di nuovo, di sensuale, di incredibile, di perverso. Sempre più perverso. Gli aveva chiesto di farle certi giochetti… pazzeschi. E lui aveva obbedito. Più andiamo avanti e più ci prendo gusto, pensava. Ed era vero.

Si abbassò per succhiarle la passera. Si sentì svenire. Logico, pensò: tre giorni a scopare, digiuno o quasi. Cercò di riprendere conoscenza. La testa gli girava. Annusò l’aria intorno a sé. C’era uno strano odore.

“Che hai caro? Non ti senti bene?”.
“Solo un attimo di debolezza”, mentì lui.
“Ho io quello che fa per te…”.

Lo sguardo di Giada era un incendio. Gli sembrò che sogghignasse, ma non riusciva a tenere gli occhi aperti. Lei si alzò ed estrasse dalla grande borsa che si portava appresso un paio di manette.

“No… no…”, gemette lui.

Si sentiva malissimo. Pensò che, se lei se lo fosse scopato, sarebbe morto. Non gli dispiaceva morire così: solo un po’ più avanti. Lei gli carezzò il viso e gli chiuse le manette intorno al polso sinistro, le fece passare nella testiera del letto, le chiuse anche intorno al polso destro. Lui provò a muovere le braccia, ma non ci riuscì. Lei gli si sedette sopra e cominciò a scoparlo.

“Sai perché ti senti debole?”.

Cominciò a parlare, e intanto se lo scopava. Lui non sentiva quasi niente. Era come inebetito.

“Mentre dormivi, ti ho fatto annusare il cloroformio”.

Sante ricordò: Giada gli aveva detto di essere un’infermiera. Lei menò dei gran colpi con i fianchi. A lui parve di essere venuto, ma non ne era sicuro. La stanza cominciò a girare.

Giada si tirò su, si accarezzò la passera, si inginocchiò e prese il suo membro sgonfio fra le dita.

“È bellissimo. Guardalo: un’opera d’arte! Un Michelangelo! Uno dei migliori! Lo sapevo che era la mia serata fortunata!”.

Voleva dire qualcosa. Chiederle di levargli le manette, per esempio. Sentì la bocca impastata. Emise solo un mugolio, simile al pianto di un bambino. Lei si alzò, frugò di nuovo nella borsetta e tirò fuori una siringa e una boccetta di liquido.

“MMMMMMMH…”.
“Sta tranquillo, caro. Sono un’infermiera. Non sentirai nulla, promesso. Nessuno ha mai sentito nulla. Forse solo il primo, ma allora ero un po’ inesperta…”.
“MMMMMMMMMMMMMMMMH!!!!!!”.
“Oh, ti spaventa questo? No, sta tranquillo. È un bisturi professionale. Io ci tengo, ai pezzi della mia collezione. Li catalogo e li tratto con grande cura”.
“MMMMH MMMMH MMMMMH”.
“Oh, non mi credi? Guarda!”.

Nella borsa c’era una scatola elegante, rivestita in velluto blu. Giada fece scattare la serratura e la piegò verso di lui. Conteneva delle ampolle, o qualcosa del genere. Ogni ampolla aveva appiccicato sopra un bigliettino con una data e un nome. In ogni ampolla c’era un cazzo morto immerso in un liquido denso.

“MMAMMMMMMMMMHHHH… MAAAA!”.

Sante cercò di divincolarsi, ma ogni movimento gli costava uno sforzo tremendo. Disumano. Sentì qualcosa che gli pungeva il basso ventre.

“Ti sto iniettando un anestetico”, disse lei. “Non devi preoccuparti. Non ti farò male. Non sono cattiva, sai? Non voglio mica far soffrire la gente, io”.
“MMMMMMH!!!!”.
“Sta tranquillo”, squittì lei, guardando il bisturi brillare in controluce. “Adesso aspettiamo che faccia effetto l’anestetico… non c’è fretta…”.
“MMMMMH…”, mugolò lui, senza convinzione.

Allora Giada si alzò, lo baciò sulle labbra, tornò a sedere in fondo al letto. Afferrò il suo uccello esausto, baciò anche quello, spalancò gli occhi. Sembrava una bambina emozionata alla vista di un fantastico regalo di Natale.

“Stupendo”, commentò. “Davvero stupendo. Uno dei più bei cazzi che abbia mai visto, giuro!”.

Poi si alzò, afferrò il bisturi e tornò a sedersi accanto a lui.

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