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racconto di Renzo Brollo
Guardavo verso mio padre che, sonnecchiando cercava di arrivare all’alba. Non potevo fare a meno di paragonarlo ad un Cristo in croce con quelle due flebo che gli penzolavano ai lati, tanto da costringerlo a tenere le braccia aperte. La testa era chinata sulla destra e gli occhi erano chiusi in cerca di un riposo che non avrebbero trovato. Avevo deciso di trascorre io quella notte in ospedale con lui, lasciando che mia madre se ne andasse a casa almeno per qualche ora. Arrivai da lui verso le undici, dopo essere stato ad un concerto. Mi ero illuso che trascorrendo parte della serata seguendo la musica e guardando la gente ballare, avrei alleviato la tensione. Invece trascorsi la maggior parte del tempo aggirandomi nervosamente fra i vari padiglioni della manifestazione, senza prestare attenzione a niente, senza ascoltare veramente la musica, senza trovare distrazione, ma guardando spesso l’orologio e bestemmiando contro Nostro Signore per quella malattia che costringeva mio padre a spegnersi giorno per giorno. La mia ragazza mi accompagnava silenziosa, senza sapere bene come confortarmi e come reagire. Avrebbe accompagnato a casa lei mia madre, quasi costringendola a lasciarmi solo con mio padre. Non avevo mai trascorso una notte intera in un ospedale, al capezzale di un malato, vegliando mio padre. Non avevo idea di quello che avrei fatto durante tutte quelle ore di veglia, di che cosa sarebbe potuto accadere, di che cosa avrebbe potuto avere bisogno mio padre. Non lo avevo mai visto bisognoso prima di allora, anche se lo conoscevo come una persona sensibile, non insicuro ma incerto sulle piccole cose. Una delle infermiere mi spiegò come seguire il flusso delle flebo e quando avrei dovuto avvisarle per il cambio del flacone. Mi mostrò dove si trovava lo svuotatoio e come avrei dovuto sostenere mio padre per aiutarlo quando ne avesse avuto la necessità. Per me fu un piccolo trauma. Scoprivo ora un altro aspetto del nostro rapporto. Non avevo mai concepito l’idea che mio padre avrebbe avuto bisogno di me per i suoi bisogni corporali. La naturalezza del pudore che per tutti quegli anni era normalmente esistita fra noi, e lo stesso valeva per i miei fratelli, veniva ora violentemente stravolta dalla sua malattia. Ero sicuro che mio padre avrebbe negato ogni aiuto da parte mia, vergognandosi di mostrarsi nudo ed indifeso. Probabile che questo mio pensiero fosse più un’autodifesa che un gesto di orgoglio. Mostrandomi sicuro di me stesso avrei annullato il vero terrore che ora ammetto provavo quella notte. Terrore “buono”, nel senso che era sconforto e paura di aiutare mio padre, la persona più lontana al concetto di “uomo malato” che avessi mai avuto dentro di me. Avevo portato con me il solito taccuino dal quale non mi separavo mai e sul quale scrivevo sempre di fretta le frasi che mi sfrecciavano in testa e che mi piaceva conservare. Un caldo afoso pesava su quelle stanze, già gravate dal morale dei pazienti e questo contribuiva a rallentare tutti i movimenti e anche i pensieri. Per la prima parte della nottata io e mio padre parlammo del più e del meno, discutendo come se fossimo stati in macchina, lui al volante ed io di lato, come al solito nervoso per il suo stile di guida da lumaca. Ma presto si stancò, lasciandomi solo a metà di una discussione sui problemi del mio lavoro da dipendente insoddisfatto del proprio ruolo. Mi meravigliavo guardandolo, di come potesse dormire in quella scomoda posizione, a braccia aperte e senza la minima possibilità di sgranchire gli arti senza dover abbattere quei trespoli che sostenevano le flebo. Il dolore lo faceva sobbalzare nel sonno e la testa si muoveva a scatti senza pace. Una vera sensazione di impotenza mi avvolse come una calda coperta e cominciai a sentire quel nodo in gola che non mi avrebbe mai più abbandonato da allora. Un nodo così forte da impedirmi di parlare e di soffocare le lacrime ogni volta che pensavo e che ancora penso a lui. Un nodo con il quale ho imparato a convivere e al quale paradossalmente sono affezionato perché è garanzia che non sto dimenticando mio padre. Anche questo ho pensato: di poterlo dimenticare con gli anni che si sovrappongono veloci come fogli di carta, con i nuovi nipoti che arrivano e che di lui conoscono solo le fotografie, con quelli che ancora piccoli lo hanno conosciuto e che di lui ora parlano ancora rivolgendosi al cielo. Rimasto solo, a guardia di quelle gocce che scendevano tanto lentamente che cominciai a contarne l’intervallo, scrissi sul taccuino parole che mi roteavano in testa, così a caso, senza rileggere. Le presi dal mio cervello e le buttai sulla carta, incattivito e assonnato. Ritrovandole mesi dopo la sua morte mi resi conto che era la cronaca di quei minuti che sommandosi diventavano ore, che sommandosi formavano una notte intera. Erano il dettaglio dei movimenti di mio padre, dei suoi gesti involontari ogni volta commentati e rielaborati dalla mia mente nervosa. Si svegliava ogni ora, preciso come un orologio svizzero, per i suoi bisogni e ogni volta era un’impresa aiutarlo ad alzarsi, srotolando quei tubicini e farlo sedere su quello speciale sgabello che fungeva da bagno portatile. Il dolore andava e veniva, lasciandolo tranquillo a volte per parecchi minuti, a volte invece tormentandolo e sfiancandolo. Quanto a me, di veglie complete ne avevo viste ben poche e il mio fisico cominciò a dare segni di cedimento verso le quattro del mattino. Non riuscivo a tenere gli occhi aperti e anche da seduto la testa ciondolava pesantemente. Il sonno venne senza bisogno di accompagnarlo. Non dormii molto per fortuna. Mi svegliò mio padre, che nel sonno chiamava qualcuno a voce alta. Tanto mi bastò per spaventarmi e farmi rimanere vigile per il resto del tempo che rimaneva. Avevo paura che potesse accadere qualche cosa senza che io me ne accorgessi in tempo e grazie a questo brivido latente, il mio cervello funzionò fino alla fine. Alle sette di mattina entrò un prete. Senza chiederci se fossimo cattolici o meno ci invitò a pregare con lui e ci disse che ci avrebbe ricordato nelle sue preghiere. Rimase non più di due minuti e si congedò lasciandosi un santino tutto sgualcito e poco rassicurante. Tutto sommato non ci fu di alcun sollievo e sembrò ripetere meccanicamente frasi ormai imparate a memoria e destinate più ai muri delle camere che ai pazienti che giorno per giorno si avvicendavano al loro interno. Sebbene fosse aprile, la luce del sole fuori era pallida e smunta. Il mio umore era pessimo, perché ingenuamente avevo sperato che il quadro clinico di mio padre avrebbe subito durante quella notte un miglioramento miracoloso. Aspettavo così, con le mani a coprirmi la faccia il suo risveglio per aiutarlo a fare colazione. Quando lo sentii mormorare a bassa voce alzai lo sguardo verso di lui. Era seduto sul letto, la schiena dritta e la faccia sveglia; gli occhi celesti vivi e luminosi come e più di quanto non glieli avessi mai visti prima. Lo sguardo era stupefatto e mi fece una domanda alla quale non seppi rispondere se non inghiottendo quel nodo alla gola che nuovamente si era fatto sentire: mi chiese come mai non sentisse più dolore. Ero ebbro di emozione. Stavo vivendo in quei momenti quanto per mesi avevo solo sperato invano. Le cure cominciavano a dare benefici e il fisico di mio padre, da quel giorno si sarebbe rinforzato tanto da vincere il tumore. Corsi a telefonare a mia madre. Mi disse di non prenderla in giro, di non raccontarle bugie inutili per non ferirla. Quando la convinsi che era vero la sentii piangere, a trenta chilometri più a nord di dove stavo io. All’arrivo di mia cugina che mi sostituiva in attesa che rientrasse anche mia madre, salutai mio padre e tornai a casa con gli occhi che cercavano di chiudersi in ogni momento. Mezz’ora d’auto ed ero a letto, con una leggerezza nel cuore che non provavo da mesi.
Mio padre tornò a casa una settimana più tardi e cominciò le sedute di radioterapia che lo martoriarono, levandogli capelli ed aggiungendogli un gonfiore innaturale. Per alcune settimane parve migliorare, ma il suo declino cominciò costante nel mese di agosto.
Se ne andò a settembre, un lunedì notte, giorno dedicato alle partenze in casa nostra. Se ne andò in silenzio, discretamente, com’era nel suo carattere. Se ne andò con un ritmo in levare, sorprendendo anche chi in quel momento lo stava vegliando. Senza che nemmeno ce ne accorgessimo smise di respirare, mentre di spalle i suoi familiari parlavano a bassa voce, sopraffatto dall’ultima dose di morfina che gli fermò il cuore. E mia madre tornata a casa, ricordo bene le sue parole, disse solamente “tutto è compiuto”.
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