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categoria:
» Blu 


inserita da:
Chiara Bartoli email di Chiara Bartoli
pubblicazione: 08/03/2004


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visite: 3067
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racconto di Chiara Bartoli

Camminavano in fila, chiusi nel loro ruolo di turisti, per le strade strette con i muri di pietra e qualcuno che suona seduto in un angolo, osserva i volti assorti in qualche conversazione e per la prima volta invidia la normalità, guarda compassionevole i suoi piedi sporchi di polvere mal coperti da sandali di gomma sportivi comprati anni fa.
Lui non vaga a caso per le strade, non si perde meravigliato fra i bei palazzi appagato dalla contemplazione estetica, lui ha una meta eppure si sente molto più incompleto dei tanti volti distratti che lo sfiorano appena con rapidi sguardi. Vede la sua immagine solitaria mentre l’ultima sigaretta finisce di spegnersi fra le sue dita, dopo molto tempo sente di nuovo il bisogno di parlare con qualcuno, si domanda come suoni la sua voce adesso, pensa di nuovo a lei.
Gli viene in mente un pezzo della Nausea di Sartre ma non riesce a ricordarlo bene. Si chiede che cos’è che scompare con gli amici per Antoine, la memoria forse o il senso del tempo, il suo passato è ovattato in una massa informe di ricordi e sensazioni.
Tutte le persone che hanno cercato di trovare una definizione per lui, tentativi inutili dal suo punto di vista.
Sua madre che lo chiama fallito, Andrea pieno di ammirazione con i riccioli ancora corti quando erano appena sedicenni che gli dice sei un’esteta, le ragazze che ha trovato e perduto e i mille nomi con cui lo hanno interpretato, spiegato, in parte capito, in parte soffocato.
E ora è solo con il suo vecchio violino diretto a suonare in un posto buio e semisconosciuto.
Le parole dei passanti gli scivolano nella testa, feste di adolescenti, problemi inutili di signore benvenute, felicità effimera di chi crede di aver trovato una propria dimensione, gli sembra di essere l’unico a camminare da solo, tutti hanno qualcuno al proprio fianco, a lui rimane solo la musica ma ultimamente anche in questo si sente inconcludente.
Si specchia in una vetrina, di solito gli dicono che i suoi occhi grandi rendono bello tutto il suo viso, oggi però li vede spenti, offuscati da un insieme confuso di ciocche di capelli, scure, semiarricciate che gli ricadono casuali e sudate sulla fronte.
Sta diventando irrimediabilmente pallido, con il volto scavato, una magrezza fastidiosa.
E’ nervoso inizia a odiare il fatto di dover suonare, poi incrocia gli occhi di lei.
E’ con qualcuno di non definito, un gruppo di amici che non conosce, i piccoli occhi socchiusi, muove le gambe a fatica, sembra irreale, così semplice fra quella gente appariscente, ben vestiti ma con un modo di fare vagamente kitsch.
Vorrebbe chiamarla ma si vergogna del suo aspetto trasandato, del suo violino, ha paura di farla sentire a disagio davanti ai suoi amici.
Si ritrae in un angolo cercando di essere invisibile, avvolto dalla penombra, ma poi lei si volta, alza piano la testa e sembra felice di vederlo sotto quello sguardo pieno di malinconia, sorride.
Gli corre incontro e lo abbraccia, lui la stringe forte ma si sente ancora a disagio per i vestiti un po’ lisi e le scarpe polverose.
Sente la sua pelle, il profumo dei suoi capelli corti appena lavati.
Gli sembra un momento irreale, inconsistente, in bilico fra reale e onirico, vuoto di un possibile futuro.
E’ lì con lui, ma si sente in dovere di lasciarla andare via e la allontana, le dà un bacio sulle labbra, lei lo guarda e non capisce ma sorride imbarazzata.
E’ troppo fragile per portarla con sé nel suo mondo di angoscia e paure , troppo bella per vederlo soffrire.
Si incammina con il violino, la affida ai suoi amici, la guarda mentre si dissolve nella strada, un passo dopo l’altro sempre più lontana fino a fondersi con il buio, sagoma indefinita, lontana, la continua a seguire con lo sguardo finchè non scompare completamente.

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