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Cade la neve

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categoria:
» Bianco 


inserita da:
Chiara Bartoli email di Chiara Bartoli
pubblicazione: 25/03/2004
aggiornamento: 07/04/2004


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racconto di Chiara Bartoli

Cade la neve sulle tombe senza identità, troppi nomi, saturità di elementi che cercano di non far dimenticare i morti, l'effetto finale risulta opposto, tutto mi scivola addosso senza rimanere, andandosene subito dopo, io giovane vagabondo che passa fra popoli, orologi e nuvole senza mai essere a casa.
Nevica sulle tante croci bianche e la neve in fondo non si vede tono su tono, mi prende ancora quell'angoscia, il peso di vivere, la soglia labile fra vita e non vita.
Anche io come Montale volevo qualcuno con cui scendere almeno un milione di scale, qualcuno le cui pupille mi potessero giudare nella vita per me nera e indecifrabile.
Non ho trovato niente da raccontare che uscisse dal linguaggio continuavo a parlare di parole, forse da qui il mio amore per la letteratura.
E ora nevica, sulle croci, e l'erba ormai bianca, e io guardo la sua foto, fra militari e vagabondi come me e non provo compassione, ne' rabbia, è l'assenza di sentimenti, non riesco ad amarlo ora che è morto.
L'ultima volta che l'ho sentito ero in Messico e lui combatteva, leggevo Joyce e Montale, fumavo e scrivevo come fosse un'ossessione, una condanna da cui non potevo uscire.
Lui amava la vita, si saziava di musica e contatto con gli altri, suonava per gli altri, suonava per far star bene le persone, io scrivevo per me, quasi un circolo vizioso da cui non uscivo con la pubblicazione di un libro o un articolo di giornale, scrivevo per piacere estetico, per l'estasi sonora delle parole.
Non nevica più, fa fatica vivere e affrontare il mondo esterno che mi colpisce in faccia, mi siedo per terra, mi rendo conto di essere solo.
Intorno a me non c'è nessuno , nemmeno i morti abitano lì, nemmeno lui dorme nella tomba.
Mi sembra strano essere di nuovo in America, dopo la notte in cui me ne ero andato e avevo giurato di non tornare più.
Gli ultimi anni li ho passati in Italia, a Firenze, ospite di un mio amico, senza scrivere più nemmeno un pensiero, la vista è come offuscata, il mondo non mi trasmette più niente che valga la pena raccontare. Io non volevo tornare, perchè il peso dei ricordi si acutizza in questi luoghi, perchè ormai la giovinezza sta sfumando e avrei aspettato in silenzio quel momento in cui le immagini fino a ieri nitide iniziano a offuscarsi e l'oblio inizia a distruggere la memoria, creando crepe in cui già ti perdi per cercare le sensazoni ormai corrotte e forzate.
Non ho mai sopportato il patriottismo americano ma a mio modo ho amato l'America, ricordo il volto efebico di quella ragazza vestita di nero reclinata su un tavolo in un locale jazz, io e lui stavamo parlando di musica, anni 30, la prima volta che lo incontrai a quel concerto di musica classica, ammiravo il suo muoversi elegante e lo sguardo acuto che squarciava la sala fino agli strumenti e il suo cappotto nero di velluto sul corpo slanciato mi faceva sentire così inadeguato e informale. Cercavo di nascondere le scarpe troppo grandi prestate da un amico da cui ero ospite e la giacca di seconda mano presa il pomeriggio di un materiale duro e scomodo che mi rendeva quasi goffo, sapevo che gli sarebbero piaciuti i miei capelli neri, leggermente lunghi fermati in una coda ma un po’ confusi in riccioli leggeri, rimanevo in silenzio quasi in soggezione, chiudendomi in me stesso quasi cercando di non essere notato da lui, cercavo di evitare il suo sguardo vagamente dandy, mi chiese che ne pensavo del direttore di orchestra dopo dieci minuti, mi sentii ancora più a disagio nei miei pantaloni neri e scoloriti, aveva una voce leggera, senza l’accento marcato tipico degli americani, lineamenti quasi europei su pelle bianchissima. Risposi balbettando qualcosa con voce kitsch da italiano che cerca di parlare inglese decentemente. Camminammo a lungo per le strade di New York dopo il concerto, sentendo l’aria fredda dell’inverno sfiorare i nostri vestiti, gli raccontai che stavo girando il mondo senza soldi con mezzi di fortuna cercando di scrivere un libro e vari articoli di giornale, gli dissi che ero ospite di un amico italiano emigrato a New York ma che cercavo una nuova sistemazione, mi chiese se volevo vivere da lui, disse che si chiamava Albert e che cercava da un po’ un coinquilino perché l’affitto era troppo alto, studiava pianoforte, le sue mani bianche e allungate quasi femminili me lo avevano fatto pensare già da un po’.
Entrammo in quel locale jazz, ci colpirono i lineamenti infantili di quella ragazza vestita di nero, elegante in paillettes e nastri alla moda, distesa sul tavolo quasi in lacrime, con lo sguardo perso fra le persone.
La osservammo un po’ mentre beveva qualcosa di alcolico, mentre i suoi occhi si stringevano e si arrossavano, un ragazzo alto e robusto si avvicinò a lei, le sussurrò qualcosa, lei lo allontanò e lui inizò a stringerla cercando di trascinarla fuori, aveva qualcosa di imbarazzante e stupido nella sua robustezza, ci alzammo automaticamente e lo allontanammo, mossi quasi a compassione da quella faccia bellissima e triste, avevamo voglia di proteggerla, quasi un affetto fraterno verso di lei. Si chiamava Elise ci raccontò che aveva appena litigato con il fidanzato, faceva la ballerina, ci invitò a vederla danzare la sera seguente.
Ho amato l’America delle mostre d’arte di New York, della musica, ho amato Albert con la sua critica velata alla sua nazione, l’ho amato di un amore candido quasi sommesso, mai palesato in pubblico, solo un vago alone che ci avvolgeva, una sintonia sottile e ho amato Elise nei lunghi giorni in cui vivevamo tutti e tre insieme nel piccolo appartamento.
Seduto sul divano dai fiori blu sfumati scrivevo spesso nel silenzio del salotto, mobili scuri essenziali, disposti con gusto femminile, sentivo odore di cannella che morbido si spandeva dalla cucina, sentivo rumori sommessi in camera dove Albert stava componendo o suonando, rimanevo lunghi minuti immobile a occhi chiusi a respirare l’aria confortevole e rassicurante contenuta fra le pareti sottili e le grandi finestre aperte, vento da fuori portava voci e rumori, passi di giovani signore in giro per acquisti, il ripetuto battere del bastone di uomini grigiastri assorti in conversazioni formali, ragazzi di corsa, biciclette e auto a vapore, un vortice di vita che io assorbivo fiero dei miei vent’anni e cercavo di ricomporre in suggestioni.
Non sono venuto al suo funerale, ora guardo la sua croce, onoranze militari ai defunti, centinaia di tombe spersonalizzate su prato verde, vorrei davvero piangere ma penso alla mia immagine appesantita così patetica in lacrime e mi prende un forte disgusto per me stesso.
Faccio una sigaretta, la accendo e aspiro forte tabacco, nuvola di fumo si spande condensata dal freddo.
Guardo la sua foto, capelli corti diversi da quelli che conoscevo e sguardo senza più vita, Albert, quello che conoscevo io forse non avrebbe mai combattuto in una guerra o forse ci sono cose di questa cultura che non riuscirò mai a comprendere a pieno.
L’atmosfera grigia rende New York alienante e insopportabile, qui solo penso di cercare Elise e rileggo la sua ultima lettera “Non ho potuto informarti prima mi dispiace è morto senza soffrire troppo almeno così dicono i medici, ha continuato a chiedere di te tutto il tempo, lunedì ci sono i funerali, ti prego vieni. Ti abbraccio. Elise”. Sono passati due anni e non ho mai risposto alla lettera, forse perché inconsciamente o meno sia io che lei pensiamo che una parte della colpa della sua morte sia mia, non è un pensiero razionale, non avrebbe potuto non arruolarsi ma i miei scatti di rabbia, il mio pacifismo ostentato e ossessivo, la mia simpatia per il comunismo e la Russia ci hanno allontanato non poco dopo quella lettera che lo invitava ad unirsi all’esercito americano.
Sapevo che sarebbe arrivata ma avevo come la speranza sommessa e infantile che lui non sarebbe voluto partire che mi avrebbe guardato fra i suoi capelli confusi e mi avrebbe proposto di scappare via insieme, immaginavo gli occhi dolci di Elise e le sue risate alla notizia, immaginavo lo sguardo sorpreso di Xavier, un intellettuale francese scappato prima dell’occupazione nazista che ora stava con Elise, e vedevo me insieme ad Albert fuggire nella notte verso un’isola tropicale o il sud America.
In Messico ci fuggii da solo, dopo che lui partì, senza un lamento, mi disse che andava a difendere la democrazia, lo capivo in fondo ma non glielo dissi, rimasi in silenzio, chiuso in un mutismo plastico, immobile lo vedevo scomparire, figura sempre più labile che si allontanava con la bici e stringevo Elise in lacrime, avevamo come lo strano presagio che non sarebbe tornato vivo.

La porta del bar si apre con un rumore sordo e fastidioso, mi siedo e ordino un caffè macchiato, guardo panchine innevate e ragazzi che camminano veloci, un gruppo di studenti universitari si siede al tavolo vicino al mio, parlano di Hemingway, è una vita che non scrivo più niente, ascolto, discorsi sulla letteratura, sento uno strano calore e nostalgia, mi sento vecchio senza avere nemmeno trent’anni un giorno anche io ridevo e piangevo per le pagine di un libro ora sono come anestetizzato, una ragazza del gruppo continua a fissarmi, le sorrido, ha più o meno ventidue ventitré anni, capelli castani raccolti in una lunga coda e maglione rosso a collo alto, le guardo le gambe scoperte dalla gonna, avvolte in calze nere, magre, immagino molto morbide, provo un affetto simile a quello che provai per Elise la prima volta che la vidi, lineamenti ancora efebici e uno sguardo acuto, penetrante, occhi verdi.
Tutta la mia giovinezza in quello sguardo, nella passione con cui parla che io ho perso da molto tempo, ha sottobraccio un libro di Pirandello in italiano,esco fuori, prendo l’autobus fino a casa di Elise.

- Perché non sei venuto prima?- seduti in un salotto saturo di profumo di fiori penso a possibili risposte perso in un divano di pelle circondato da arredamento di cattivo gusto e sovraffollamento di soprammobili.
Guardo la donna sfiorita davanti a me, capelli legati e non curati, scoloriti, vestiti lisi, le gambe che ballavano agili in scarpette sottili sciupate eppure ancora affascinanti nella postura, vestito a fiori spenti fino al ginocchio, aria di decadenza nelle braccia un po’ ingrassate e nello sguardo perso nel vuoto.
Non posso credere che sia Elise, così bella nel mio ricordo, armoniosa e sottile, stiamo in silenzio, guardo il nostro essere soffocati dai ricordi che ci curva
- Non lo so non me la sentivo-
Vorrei chiederle qualcosa di lei, ma l’imbarazzo per anni di silenzio mi avvolge la gola. Vedo che abita sola, dietro a tende tirate, penso a Xavier e vorrei chiederle che fine abbia fatto ma mi sento così ridicolo a parlare di cose così lontane nel tempo e inadeguate allora rimango in silenzio e fisso le foto e i ritratti alle pareti, specchi di anni che non ci sono più.
Mi sento un personaggio inutile, sopraffatto dal vivere, lontano dall’essenza, goffo nella mia ostentata consapevolezza di questo torpore sferico, di questo nullificarsi che ci avvolge ogni giorno verso la fine, lontani da noi, immagini confortevoli di buio e vuoto si susseguono nella mia mente.
Come diventiamo patetici dopo che abbiamo perso “l’illusione di essere eterni”!
Sembriamo la caricatura di noi stessi seduti sul divano, quasi dieci anni di silenzio dopo, quasi senza più niente da dire e minuti appiccicosi di ricordi mischiati a oppressione alla gola, voglia di essere altrove e malinconia per ciò che eravamo mi impediscono di parlare, solo silenzio spezzato da rumori amplificati.
Mi alzo, saluto Elise lasciandomi alle spalle la sua nuova immagine così fastidiosa e un’angoscia paralizzante mi prende la testa, non riesco nemmeno a camminare senza sentire disgusto per questo nostro mondo, per queste persone normali, che camminano, parlano, ben inserite nella vita, senza grazia né sensibilità, mi nausea questa credenza diffusa, questa aspirazione segreta della superiorità umana su tutto ciò che esiste, questa illusione di essere resistenti alla nostra fine, patetici semianimali autoillusi scivolano sommessi senza pensieri, senza sentire quanta poca vita ci sia nella vita.
E io sono sempre qui, libro sottobraccio letto a metà, treno da prendere fra mezz’ora fino all’aeroporto volando piano fino all’Italia.
Albert sepolto in un cimitero rimane di lui solo una croce bianca bagnata di neve, il mio ricordo, una possibilità non attuata di futuro, una scelta non fatta e di me rimane poco di più, solo un dolore più acuto nella mia nevrotica ricerca di dignità, sto sfiorendo anche io, mi viene da ridere, sul vagone mi addormento lasciandomi portare piano verso un altro viaggio.

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