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racconto di chiara Bartoli
LOVE Svendimi, non c’è più vita, sono già morta non c’era cura, ho lasciato che marcissi, ci sono solo lame e coltelli ormai, sono dio, fottimi e dimenticami.
Infiniti lassi di tempo dall’ultima volta che mi sono sentita così potente, sintetica, guardo tutti dall’alto dei mie tacchi, incanto con movimenti sinuosi, in pose plastiche, vi masturberete pensandomi fra queste pareti illuminate rosa fuxia mentre ballo in pailettes nere e pelle lucida. Sono plastica, movimenti che partono in automatico già provati mille volte, cerco sguardi che mi spoglino, mani che sfiorano e brividi artificiali; voglio stanchezza e disincanto domani mattina, sentirmi ancora una volta sfinita, oggetto decadente, marchiata, sciupata. Sono dio, fottimi e dimenticami. Una gabbia patinata, Dioniso emerge potente, amplessi senza coinvolgimento socialmente accettati. Una notte per essere disinibizione e riti primordiali, in una danza erotica, in un’orgia di sguardi,disinvolta cadenza di sensi:da questo passa la nostra accettazione sociale, il nostro inserimento nel mondo,nei sorrisi plastici.Guardami e sorridi sei solo un scatto di plastica lucida, vorrei essere di tutti per sentirmi più anemica domani,ridere di me persa in giravolte, straziata da tutto il male che posso farmi ancora. Finita l’illusione delle pareti caramella al neon e vestiti piegati, rimane l’insana soddisfazione di svendermi. Bevo un cuba libre, adoro l’assenzio quello francese originale, gin lemon, conosco quasi tutti i cocktail esistenti, capiroska alla fragola, so distillare assenzio, , raro, puro, verde acido versato in un bicchiere lungo, cucchiaino traforato sulla sommità ,tequila sunrise,vi si colloca sopra una zolletta di zucchero, cinque parti d’acqua fredda ogni parte d’assenzio, lo zucchero si scioglie, niente ghiaccio, laudano per renderlo sedativo decadente, oppure niente acqua veleno quasi puro 70 gradi, zucchero sciolto con il fuoco e oppiaceo. All’inizio senti una specie di botta alla testa, poi il cervello si spenge, niente visioni, solo euforia, malinconia, voglia di scrivere in automatico, sedata, rilassata in attesa. Barcollo, teste pettinate e opache davanti a me, compatte come un’unica supefice, impenetrabili dagli sguardi, un cubo metallico che si muove ritmico, chemical brothers sparati nelle orecchie, le gambe mi tremano, voglia di piangere e vedere il trucco lucido che cola sulla pelle smaltata, di porcellana. C’è un deserto davanti a me pieno di luce bianca solo volti contratti, mani ovunque, baci, leopardo kitsch sui divanetti, cazzi eccitati, disperazione.Assenza di emozioni,le vene prosciugate, immobile, in vetrina.
Corpo che si sfrega al mio, avvolta dal leopardo non ricordo come sono finita qui, si avvinghia alle mie braccia, non sento niente, ho solo voglia di essere un oggetto, mi bacia il collo e la bocca, una lingua umida che sa di alcol e odore di gel, le mani nella grande scollatura accogliente del vestito di paillettes, mi sposta il reggiseno, tocca con forza, non lo voglio toccare. Il mio corpo violato, le mie mani rimangono sulla sua schiena, passiva e senza vita. E’ forte,sicuro di sé, mi strappa via gli slip, li getta sul divano e inizia a scoparmi, ha gli occhi azzurri che chiude ritmicamente, mi viene da ridere, in questa posa scomoda, sgraziata, con lui come un animale sopra di me e la gonna arricciata sulla pancia. Rido del mio squallore,la mia fine indegna, fiera da città, circo esultante, pallore violato. Sono calma, guardo lui, un valzer di chopin in testa mentre si muove, vorrei una pistola contro le sue tempie contratte, sparare forte e sangue che si mischia alle luci viola, sangue sul vestito nero di paillettes incrostato di grumi, rosso spruzzato sui divani e capelli fiammeggianti, immergere le mani dentro la sua pelle aperta e estrarle color rubino, strappata la vita ne assaggio il sapore dalle mie dita mentre agonizzi inerme. Rido, al pensiero di invertire i ruoli, tu oggetto del mio luna park allucinato, tu volto verdastro e respiro che si affanna mentre stai morendo, sacrificato in una danza di decadenza nera ostentata, sul mio altare, io sono dio e tu mi stai scopando questa morte straziata è il prezzo da pagare. Adesso ti sposti soddisfatto, mi liberi dalla tua carne che mi soffocava, dal tuo profumo volgare, preservativo adagiato in terra, fiero del tuo piacere a rate, non ti guardo nemmeno negli occhi, tu cerchi di dire qualcosa, circoli retorici su come ci si comporta, galateo del sesso occasionale, cosa si dice dopo,frasi automatiche corrono sicure su binari conosciuti - Vattene- dico con la più assoluta calma mentre cerchi di offrirmi una colazione che mi nausea. Si alza con i jeans larghi scesi e la maglietta sudata, mi ricompongo, infilo gli slip di nuovo e aggiusto il vestito, vorrei l’aria fredda a ricordarmi di essere viva. Cammino molle, con le gambe affaticate, sbatto contro una cameriera con alcolici indefiniti sul vassoio, mi cade un negroni addosso e vado via fra gli insulti senza reagire, lontana come non fosse successo a me, ho la pelle macchiata di arancio e appicicosa di martini ma sul vestito non si vede. Luci al neon rosse e viola, atmosfera di fragola, pareti di metallo sordo, mi disgusto, mi disgustano tutti. Entro nel bagno, chiudo mentre due ragazze si truccano, cosce e smagliature in bella mostra, labbra lucide, culo in evidenza per intonarsi agli ormoni in libera uscita. Prendo la lama ben affilata dalla borsetta nera, è tutta la sera che quest’angoscia freme, un taglio profondo con poca convinzione sul braccio, esce sangue, premo, come presa da un delirio inizio a tagliare la pelle, sempre più forte, piango, sono squallida, persa, macchiata di sangue, squarci gonfi e doloranti. Vorrei avere nastri di seta rossa per lenire le ferite invece ho solo veli sintetici e pallidi che bruciano ancora di più la carne. Sono dio, è un dono il mio sangue su questo pavimento sporco, bianco, infinito che mi avvolge nella sua geometria lineare, deserto senza suoni, silenzio latteo, svuotata, asettica, aspetto che l’angoscia scorra via per poter di nuovo respirare.
Il mio corpo straziato si accascia contro la porta verde, mi sorreggo appena, piango, mascara che si scioglie, finisce l’illusione della pelle di porcellana lucida, ammasso di ossa sporgenti in posizione inarmonica guardo allo specchio lo sterno evidente, i capelli sudati, pelle macchiata di arancio e rosso, bambola inanimata spezzata semilucida barcollante; dentro queste mura la selezione migliore dei privilegiati, di chi ha successo, dei capi padroni del mondo, questo è il volto migliore, le persone che dovresti conoscere per diventare qualcuno, i soldi che fluiscono, il vincente che avanza,il vuoto che divora. Io sono dio, il mio corpo perfetto offerto loro in sacrificio, il mio sangue per la loro salvezza, io sono dio, decido della loro vita, sono datore e detrattore, sono potere e condanna, cinismo serico, brivido ematico, furore straziante, io sono dio e con le mie mani vi ucciderò tutti.
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