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racconto di Antonella Baldo
A molte miglia dalla costa, tra le onde di un vasto e burrascoso oceano, lontana da penisole e arcipelaghi, c’è una piccola isola solitaria. Rotonda e paffuta, è così lontana dalla terra che i gabbiani non hanno ali abbastanza grandi e forti per raggiungerla e le oche, i fenicotteri, le cicogne non si avventurano mai fin laggiù perché non avrebbero più la forza di raggiungere i paesi caldi. E poi perché andarci? Persino le nuvole cariche di pioggia, quando la raggiungono sono ormai ridotte a un sottile filo di cotone, consumate dal lunghissimo viaggio. Così, quella piccola isola paffuta, non è visitata da niente e da nessuno. O almeno, non lo è più. Ma se un giorno vi capiterà di allontanarvi troppo dalla riva con la vostra barchetta, o se gli strumenti di bordo del vostro enorme yacht impazziranno e non riuscirete più a trovare la direzione di casa, allora, dopo giorni e giorni alla deriva, in un oceano che sembra non avere mai fine, potreste avvistare un piccolo batuffolo verde che galleggia con nel mezzo quello che dal mare vi appare come un faro con un sacchetto infilato in testa. Quella è proprio la nostra isola. Probabilmente sarete contenti e approderete su un piccolo porticciolo che sembra fatto apposta per la vostra barchetta o il vostro enorme yacht. ‘Se c’è un ormeggio,’ penserete ‘allora c’è anche gente!’ e vi dirigerete verso quel e malandato faro, sicuri di trovarvi qualche essere umano. Ma l’unica figura che vedrete sarà quella di un vecchio che vi viene incontro, sorridente e amichevole. E siccome sarete affamati e assetati, accetterete di buon grado l’invito di quel vecchio signore dai modi gentili e dall’aspetto antico. Vi siederete alla sua tavola e ascolterete con piacere i suoi racconti. Vi dirà che anche lui in passato era stato un grande navigatore, un giovane capitano che con il suo fedele e valoroso equipaggio aveva solcato gli oceani da est a ovest, da nord a sud, spinto da due uniche virtù, la curiosità e la sete di conoscenza. Vi dirà delle creature fantastiche che aveva incontrato, ma ricordate ormai soltanto nei libri, incantevoli sirene e ciclopi dall’appetito insaziabile, potenti maghi e terribili streghe ma belle come fate. E vi dirà anche del giorno in cui, ormai solo e stremato, era approdata su quella piccola isola. Allora era molto diversa, una collinetta brulla e disabitata, con soltanto il faro, quella vecchia colonna con in cima una luce, a turbarne il profilo. Ma allora, in un tempo ormai molto lontano, agli occhi del vecchio si presentò uno spettacolo tremendo. Al di là di quel faro non c’era nulla. Né acqua, né cielo né terra. Il mondo finiva lì. Un’orribile angoscia si impadronì di lui alla prospettiva di essere condannato su quell’isola alla fine del mondo. Non sarebbe mai stato in grado di raggiungere la terra più vicina. Non sapeva dove fosse e in che direzione. Ma non poteva nemmeno proseguire nel suo viaggio, perché non c’era nessun posto al di la di quell’isola. Guardando bene però si accorse che all’orizzonte al di là del margine del mondo qualcosa c’era… in lontananza si vedeva la schiuma di alcune piccole onde che si frangevano sulle coste di un’altra minuscola isola paffuta. Vide gabbiani che lasciavano l’isola per andare chissà dove insieme a oche, fenicotteri e cicogne. Era il luogo dove avevano origine le maree, i maremoti, dove sorgeva il sole e si formavano le nuvole. Allora il giovane capitano decise che sarebbe arrivato a quella piccola isola e l’avrebbe unita alla sua. Coltivò la terra, fece crescere alberi, piante e fiori. E ogni giorno toglieva un po’ di terra dalla costa per portarla dall’altra parte dell’isola, al limitare del mondo. Giorno dopo giorno, la piccola isola dei gabbiani si avvicinava fino a quando non riuscì a toccarla Per essere sicuro che la piccola isola non scivolasse di nuovo lontano, fece crescere un grosso albero dalle radici enormi che afferrarono le due isole come artigli. Le due isole diventarono una, una piccola isola rotonda e paffuta per gli alberi e fiori e … un faro malconcio con un cappuccio scuro sulla testa, che non lascia intravedere la luce sulla sommità. Be’, dopo un racconto così, penserete che il vecchio sia un po’ tocco, un simpatico vecchietto un tantinello suonato. Darete la colpa al sole e alla vita solitaria, farete spallucce e ripartirete. Non dovete preoccuparvi per il vecchio. Ormai sarà tornato al suo albero, per assicurarsi che sia sano e cresca rigoglioso e ben piantato nel terreno. Osserverà le radici ma in mezzo alle radici non vedrà che il nulla… un piccolo nulla… rimasto di quel nulla di tanti anni fa. ‘Accidenti!’ penserà seccato, ‘Testardo di un alberaccio… non lo vuoi proprio chiudere qual buco… sei più dispettoso di Giove quando corre dietro a una gonnella di dea… se l’Olimpo non mi aiuta, non riuscirò mai a tornare da Penelope.’ Meglio per noi, perché finché ci sarà quel vecchio suonato a prendersi cura del grande albero, la fine del mondo non si vedrà mai.
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