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racconto di Riccardo Carli Ballola
C’è un albero di fico altissimo nel cortile della casa dei nonni dal quale il ragazzino, che adesso è un uomo, ha visto succedere tutto quanto è successo nell’arco di 50 anni. Dapprima vi è salito per staccare un fico al quale non arrivava neanche tirando verso di sé il ramo dopo averlo acchiappato per bene dalla parte della foglia che era riuscito a guadagnare dito dopo dito. Poi, negli anni, vi è salito installandosi completamente e, nel punto nel quale il fusto si apre a forbice incrociandosi con gli altri rami che salgono a ombrello, stava in piedi a raccogliere i fichi che poi mangiava sedendosi in quella seggiolina naturale che si formava all’incrocio di quei rami.
Di cose ne sono accadute tante.
Tutti noi ragazzini corriamo giocando nel cortile a nascondino e ci sbilanciamo sul davanti, oltrepassiamo il portone che si apre accanto alle case allineate a questa e sbuchiamo sul prato che fiancheggia il canale e urliamo tutte le volte che uno di noi viene beccato o corre a tana. La nonna sta sul letto morta, ma prima che accada, io e i cugini siamo in una foto in cortile con lei e la gattina striata che uno di noi tiene in braccio. Il nonno intanto sta lavorando con me che lo aiuto a molare i coltelloni che gli servono per tagliare le doghe che costituiscono lo zangolino di cui egli è un esperto fabbricatore da spedire ai fratelli, sparsi per l’Italia, con dentro l’anguilla marinata. Indossa la maglietta di lana, suda e sbuffa come una locomotiva. Il nonno vive dentro la soffitta nella quale arraffo di nascosto tanti oggettini che m’incuriosiscono, mentre lui dorme gli ultimi istanti della sua vita. Mangio fichi grandi e maturi mentre nasce la cuginetta nella casa accanto al cortile e poi corre con la zia che le fa fare la pipì all’aperto o la lava dritta su un catino di acqua tiepida mentre strilla. Il nonno era abituato a guardarle tutte e due più distante da un’angolazione trasversale, e a interessarsi quando la zia chinandosi lasciava vedere le mutande. Nel cortile siamo in tanti il giorno del suo funerale.
Con la carabina ad aria compressa stacchiamo a turno dal muro assolato le lucertole cariche di sole con un colpo secco di mollica dura sparato sul dorso, e di là del portone, nel canale che passa longitudinalmente alle case compresa questa, lanciamo cocci di piatti facendo scagliole sull’acqua che si sollevano due, tre volte e chi è più bravo anche quattro. C’è un porticato sorretto da colonne liberty di metallo, sotto il quale giochiamo a pallone e dove di sera ci nascondiamo perché è bello giocare col buio nei tanti nascondigli che offre, mentre chi arriva tardi si accontenta della casa di cemento delle galline dentro la quale le prime volte si faceva fatica a capire che qualcuno ci potesse entrare per nascondersi.
Sono diventato grande e mentre afferro il fico mi vedo seduto all’incrocio dei rami, ed io e il ragazzino che ero virtualmente ci guardiamo un momento, e poi l’albero si è fatto secco, senza foglie né fichi, con tutte le erbacce per terra e con tanti gatti, perché di quelli che ci hanno vissuto un tempo non ci abita più nessuno.
L’albero non c’è più, il cortile è sparito, tutta l’area è stata venduta, sono cresciuti intorno tanti muri, ci hanno costruito tanti appartamentini che sono stati venduti come il pane, il cielo praticamente è sparito e dove prima c’era l’albero ora staziona un’auto o uno stenditoio, a seconda.
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